luglio 20, 2014

Ri-Distribuzione

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[da Ansa.it del 19 Maggio 2014]

Il gruppo Messaggerie e il gruppo Feltrinelli si alleano e nasce il nuovo polo italiano della distribuzione libraria da 70 milioni di volumi all’anno. La joint venture sarà controllata al 70% da Messaggerie Italiane e per il 30% da Gruppo Feltrinelli. Al suo interno, si legge in una nota, saranno integrate le società di distribuzione intermedia dei due gruppi: Messaggerie Libri, Fastbook, Opportunity e Pde con il relativo ramo logistico. Le rispettive reti promozionali resteranno indipendenti e autonome.

Messaggerie Italiane si è misurata nel corso degli anni con i mestieri di editore, di distributore e di libraio. Con il Gruppo editoriale Mauri Spagnol (Bollati Boringhieri, Chiarelettere, Corbaccio, Garzanti, Guanda, La Coccinella, Longanesi, Nord, Ponte alle Grazie, Salani, Tea, Vallardi) di cui controlla il 73,77 è uno dei principali editori di libri in Italia, distributore indipendente con Messaggerie Libri e primo operatore italiano nell’e-commerce editoriale con http://www.ibs.it. Anche il gruppo Feltrinelli opera su tutta la filiera del libro, dall’editoria, con Giangiacomo Feltrinelli Editore e altre sigle editoriali collegate, alla promozione e distribuzione intermedia, al retail con la catena Librerie Feltrinelli e con i siti on-line di informazione www.feltrinellieditore.it e di e-commerce www.lafeltrinelli.it. Il gruppo è poi attivo anche nel settore immobiliare con le società Finaval ed Effe.com. Da maggio 2013 inoltre, sul canale 50 del digitale terreste è presente ‘laeffe’. “Le economie di scala della nuova società distributiva consentiranno di investire ancor più nel canale del libro fisico, in un momento di mercato difficile e in forte trasformazione, con la massima efficienza e competenza” commenta Alberto Ottieri, amministratore delegato Messaggerie Italiane. “Ci aspettiamo di poter attivare sinergie significative che ci consentiranno di essere ancora più efficaci e competitivi in un mercato del libro in fase di profonda trasformazione” ha aggiunto Carlo Feltrinelli, presidente e amministratore delegato del gruppo Feltrinelli.

maggio 3, 2014

il killer delle librerie

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di Luca Ricci [il Messaggero, 3 Maggio 2014]

A Roma chiude anche Arion Montecitorio, la cosiddetta libreria dei parlamentari (traetene da soli conseguenze e simboli). Pochi mesi fa era toccata la stessa sorte alla Feltrinelli di via del Babuino- quarta Feltrinelli aperta in Italia e punto di ritrovo storico dell’intellighenzia post boom (Fellini, Moravia, Morante, Balestrini)-, e ancora prima ad abbassare le serrande era stata la libreria Croce di Corso Vittorio Emanuele.

Più del de profundis che periodicamente qualche istituto di ricerca ci propina sui dati di lettura in Italia, mi sembra questa la foto più terribile della crisi per quanto riguarda la filiera del libro. La moria dei librai coinvolge tutti- piccoli e grandi, catene e indipendenti- segno che c’è qualcosa di trasversale capace di sgretolare le differenze. I costi degli affitti in centro a Roma non sono più sostenibili per un business come quello del libro, ma la considerazione non ci aiuta a risolvere il mistero: perché prima le librerie potevano permettersi degli immobili in zone di prestigio e adesso no? Sia Arion che Feltrinelli riapriranno altrove, o potenzieranno punti vendita già attivi. La cultura trasloca in periferia, ma sarà ancora la stessa dentro ai centri commerciali?

Per alcuni il serial killer delle librerie romane (ma stanno morendo dappertutto) sarebbe l’ebook, ovvero il libro digitale, che ha portato via clienti e ha sgonfiato i margini, già risicati, di guadagno dei librai. Eppure il giro d’affari della letteratura digitale in Italia è in crescita ma riguarda percentuali ancora basse (si parla di numeri di molto inferiori al 5%). Quali sono allora le ragioni di questa crisi, di questa ecatombe?

Nel libro di Roberto Casati “Contro il colonialismo digitale, istruzioni per continuare a leggere” (Laterza, pag. 130, € 15,00) viene fatto il nome del colpevole: la nostra distrazione. Siamo gente attaccata a un tablet dalla mattina alla sera, dedita a decifrare segni che non sono più riconducibili a un romanzo, un racconto, una poesia o un saggio. Sono storie digitali- spesso veicolate da social dove è fondamentale la condivisione (cioè l’esibizionismo, ovvero il sogno pop warholiano dei quindici minuti di notorietà)- in grado di soddisfare il nostro fabbisogno quotidiano di lettura. Leggiamo di tutto, cioè non leggiamo niente.

Il gesto di prendere un parallelepipedo di carta e sfogliarlo pazientemente dall’inizio alla fine, una pagina via l’altra- a sinistra le pagine pari, a destra le dispari- ci è insopportabile, ci manda al manicomio. In parole povere, non siamo più capaci di offrire al libro la concentrazione che ci chiede. Scrive nel suo pamphlet Roberto Casati: “Il punto di svolta, la scelta di campo segnata dall’iPad e imitatori è interessante per come prefigura il palinsesto della nostra vita mentale. Si tratta di una battaglia interessante per gli anni a venire, il cui trofeo, ambitissimo, è la nostra risorsa intellettuale primaria, l’attenzione”.

Twitter: @LuRicci74

marzo 31, 2014

Le detrazioni: a volte ritornano (ma vanno nella direzione sbagliata)

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di Giovanni Solimine

Dopo la figuraccia delle detrazioni fiscali per acquisto libri – previste nel decreto “Destinazione Italia”, poi rivelatisi inapplicabili e trasformate in un buono libri per gli studenti delle superiori – la questione torna di attualità. Infatti, l’on. Marco Causi (PD) ha presentato una proposta di legge, tendente a superare la soluzione che egli stesso individuò in occasione della conversione in legge del decreto. Il nuovo testo presenta diversi motivi di interesse: la detraibilità riguarda tutti i cittadini e non solo gli studenti, si applica anche ai libri elettronici e non solo a quelli cartacei, la copertura finanziaria non è incerta come nel decreto e viene assicurata da una modifica di alcune esenzioni fiscali di cui gode il servizio postale.

Il punto debole della proposta, che ne stravolge il significato fino al punto da rischiare di produrre un effetto contrario a quello auspicato, è nella previsione di una franchigia. La detrazione riguarderebbe solo gli acquisti eccedenti la somma di 50 euro (in una prima formulazione la soglia era fissata a 150 euro, poi è stata abbassata) e si potrebbe scaricare dalle tasse il 19% di una spesa annua fino a 850 euro. Basta fare due conti per capire il motivo per cui la proposta è concettualmente sbagliata: nell’ottica di una politica di promozione della lettura, non necessariamente vendere più libri equivale ad allargare la platea dei lettori.
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marzo 21, 2014

lettori, una generazione persa

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di Paolo Fallai [Corriere della Sera, 21 Marzo 2014]

«Ci siamo persi una generazione». Era questo lo stato d’animo, nell’austera sala della Biblioteca Angelica di Roma, che ha accompagnato la presentazione del rapporto sull’acquisto e la lettura di libri in Italia, commissionato dal Centro per il Libro e la Lettura all’agenzia di rilevamento Nielsen. Si legge sempre meno, in Italia (dal 49% al 43% della popolazione), si compra pochissimo (dal 44% al 37%). Sono dati riferiti agli ultimi tre anni, anzi per la precisione, dall’ultimo trimestre 2010 all’ultimo del 2013. Lo ha sottolineato in apertura proprio Gian Arturo Ferrari, presidente del Centro per il Libro e la Lettura: «È la prima volta che una ricerca consente di vedere le immagini in movimento del triennio 2011-2012-2013. E di cogliere così non solo le dimensioni, ma anche la dinamica della più drammatica crisi del libro dalla fine della seconda guerra mondiale».

l’articolo continua sul Corriere della Sera

[l'immagine in apertura viene da qui]

febbraio 26, 2014

il libro allora diventa una creatura…

di Romano Montroni [librerie Coop]

Apprendo con stupore la notizia del ridimensionamento di una proposta di legge che agevolava l’acquisto dei libri (di carta) con una detrazione fiscale del 19% fino a un massimo di 2000 euro all’anno. Evidentemente, chi ci governa non tiene conto del valore della lettura, del fatto che una detrazione fiscale anche minima agevolerebbe i nostri pochi lettori. (Ricordo che, stando agli ultimi rilevamenti Istat, soltanto il 43% degli italiani legge almeno un libro all’anno – nel 2012 erano il 46% –, decisamente al di sotto della media europea.) Il libro come strumento di conoscenza e apprendimento non riceve la giusta attenzione da parte del governo, che si mostra insensibile ai problemi di editori e librai: non voglio certo sostenere che questa proposta di legge avrebbe risolto la crisi del settore, ma di sicuro sarebbe stata un segno di attenzione. Quanti di coloro che ci governano leggono libri per comprendere meglio la realtà che ci circonda? Spiace dirlo, ma devono essere pochi, altrimenti si sarebbero resi conto dell’importanza di un sostegno, anche simbolico, a librai ed editori. Invece la proposta di legge è stata svilita e stravolta, trasformata una riduzione riservata agli studenti delle superiori. Ma il sapere non si acquisisce solo sui banchi di scuola! Gli insegnanti certamente possono e devono dare degli stimoli, ma questo rappresenta soltanto l’ingresso nel mondo dei libri, che malgrado tutte le tecnologie rimangono strumenti indispensabili per la crescita culturale del paese e che dovrebbero essere una presenza costante nella nostra vita. È dimostrato che nei paesi dove si incoraggia lo sviluppo dell’editoria e delle librerie, l’indice dei lettori è più alto e le cose vanno meglio! Il grande italianista Ezio Raimondi ha scritto: “Ogni lettura importante reca in sé i segni di una relazione straordinaria, mai pacifica, mista d’inquietudine e di ebbrezza, come quando un canto si innalza d’improvviso e trova una sua armonia. Il libro allora diventa una creatura, che hai sempre a fianco e che porta nella tua vita i suoi affetti, le sue ragioni, a interpellare i tuoi affetti, le tue ragioni”. Ecco: se la commissione parlamentare che si è occupata di questo provvedimento comprendesse il valore di un simile richiamo, probabilmente avrebbe agito in modo diverso.

febbraio 19, 2014

la questione del tetto

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di Giovanni Solimine [presidente Forum del libro]

Il decreto sulle detrazioni fiscali aveva destato grandi attese, ma anche qualche perplessità, per vari motivi: prevedeva l’utilizzo di fondi comunitari che non si sa se possono essere destinati a questo scopo e spesi sull’intero territorio nazionale; introduceva una distinzione tra libri scolastici, universitari e di varia difficile da applicare ed escludeva gli ebook; introduceva un plafond di 50 milioni, che rendeva il provvedimento molto diverso da quello al quale tutti lo abbiamo subito accostato, e cioè quello per l’acquisto dei farmaci (dove non c’è un tetto, mentre per le norme che prevedono un limite massimo di spesa, esse valgono solo per pochi mesi, fino a quando il tetto non viene raggiunto). Viene da chiedersi come mai tra i membri del governo e lo stuolo di dirigenti e funzionari che li circonda nessuno si fosse accorto che l’art. 9 fosse scritto talmente male da essere inattuabile.
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febbraio 18, 2014

non tenete le ricevute dei libri acquistati

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di Alberto Garlini [scrittore e curatore di Pordenonelegge]

Non tenete le ricevute dei libri acquistati, non serve più. La detrazione fiscale sui libri, una delle poche cose buone del governo Letta, è stata emendata. Dopo le promesse, ci eravamo per qualche mese illusi che il 19% del costo dei libri potesse essere detratto, dando in questo modo una boccata d’ossigeno al sistema editoriale e librario. Ma non è andata così.

Adesso, la legge emendata, modificando la dicitura «persone fisiche e giuridiche» con «esercizi commerciali che effettuano la vendita di libri al dettaglio» favorirà solo le librerie e nemmeno tutte, ma solo quelle che sceglieranno di applicare alla clientela lo sconto del 19%, e cioè le grandi catene. Insomma, oltre al danno, la beffa.

Tutto questo avviene in un momento in cui le piccole librerie sono sempre più in difficoltà e la biodiversità editoriale sembra soccombere. L’emendamento mi sembra il segnale più chiaro che dei libri, del loro valore, della loro necessità, direi, non frega niente a questa classe politica. Cosa davvero paradossale, quando, a livello di immagine, i politici ultimamente preferiscono farsi intervistare in una libreria, o dopo la presentazione di un libro.
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febbraio 14, 2014

perché leggere un libro vuol dire ribellarsi

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di Claudio Moretti [Libreria Marco Polo - Venezia]

Non sono stupito dalla riduzione degli aiuti a favore del libro. Il mio non è cinismo ma realismo: in Italia la scuola e i professori non sono considerati importanti, si parla del patrimonio artistico come giacimento (fossero almeno in grado di sfruttarlo per il benessere di tutti), per quale motivo i libri e le persone che dietro i libri lavorano dovrebbero smuovere l’interesse di chi governa e legifera?

Gli appelli sull’importanza della cultura non servono a nulla se non ci sono persone attente, capaci e attive a raccogliere gli appelli.

Molti operatori del mondo del libro pensano ancora di poter svolgere un’azione complementare a quella dello Stato, sotto un unico interesse comune, quello di aumentare e diffondere la cultura. La realtà è un’altra: per diffondere cultura, l’azione è in contrasto, in opposizione a quella dello Stato.
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febbraio 13, 2014

il paese dove nessuno legge

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di Ginevra Bompiani [da Corriere della Sera - 12 Febbraio 2014]

Il 30 maggio 2013, l’Aie (Associazione Italiana Editori) ha rivolto un appello al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio e ai ministri per i Beni Culturali e ambientali, dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, in cui chiedeva di poter sottrarre nella dichiarazione dei redditi il 50 per cento della spesa per l’acquisto di libri. Nel testo faceva presente la «catastrofe libraria» degli ultimi anni (più del 20 per cento di lettori in meno) e la crisi che subivano tutte le attività legate al libro. Per convincere i suoi interlocutori faceva appello all’interesse dello Stato per la «salute mentale» dei cittadini e al risvolto economico che un incremento della lettura non potrebbe non avere. È interessante che non si facesse parola dell’argomento che dovrebbe per primo affacciarsi: l’importanza che riveste la cultura per un Paese e la centralità del libro come suo strumento. Forse all’Aie questo argomento è sembrato troppo ovvio perché valesse la pena di ricordarlo.

Eppure, al di là delle ragioni economiche e dell’importanza della salute mentale del cittadino, la vera ragione per un simile intervento è proprio che un Paese, senza la sua cultura, smette di esistere. Cioè di avere un’identità. Perché questo è un Paese: la sua lingua, la sua memoria, le sue abitudini, il suo sguardo sul mondo, la sua capacità di pensare, di raccontare storie e di ascoltarle, insomma la sua cultura. Un Paese che non si prende cura di questo aspetto del suo modo di essere è destinato a quel che possiamo tranquillamente chiamare «barbarie», cioè a diventarsi estraneo, straniero, a diventare un «Paese qualunque». E non sembra davvero un’esagerazione, guardando lo spettacolo recente del Parlamento, e la ridda di insulti e capricci che è diventata la nostra vita politica. Una vita semplicemente e radicalmente incolta.
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gennaio 24, 2014

il trattato intrattabile

ttip

di Anna Maria Merlo [da sbilanciamoci-2401, 24 Gennaio 2014]

A marzo a Bruxelles si aprirà il quarto round del mega-negoziato Usa-Ue per arrivare già entro il 2015 a concludere il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), battezzato «la Nato del commercio» dai suoi numerosi detrattori. Si tratta di un accordo che avrà influenza sugli scambi tra le due principali potenze commerciali planetarie, che assieme controllano circa la metà del commercio mondiale, condotto nella più completa segretezza, senza che i cittadini (e neppure gli europarlamentari) siano informati delle decisioni prese. Dando così nuovi argomenti agli euro-scettici, perché lo scopo della segretezza sembra essere quello di mettere il nuovo europarlamento di fronte al fatto compiuto. A dicembre c’è stato il terzo round, a Washington. Dal tavolo del negoziato, su pressione della Francia, è stato tolto il settore culturale, anche se la Commissione europea ha attenuato questa eccezione, con il commissario al commercio Karel De Gucht ha annunciato che ci sarà una non meglio precisata «consultazione pubblica» nei 28 paesi, ma che riguarderà solo il capitolo sulla protezione degli investimenti, relativamente al ricorso eventuale a un arbitrato internazionale in caso di scontro tra uno stato e degli investitori. Inoltre, dopo le polemiche sul datagate e lo spionaggio degli europei da parte della Nsa, che nel giugno scorso hanno minacciato di ritardare l’avvio della trattativa sul Ttip, è stato sospeso il capitolo sulla protezione dei dati privati su Internet, come chiedeva la Ue.
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