perché leggere un libro vuol dire ribellarsi

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di Claudio Moretti [Libreria Marco Polo – Venezia]

Non sono stupito dalla riduzione degli aiuti a favore del libro. Il mio non è cinismo ma realismo: in Italia la scuola e i professori non sono considerati importanti, si parla del patrimonio artistico come giacimento (fossero almeno in grado di sfruttarlo per il benessere di tutti), per quale motivo i libri e le persone che dietro i libri lavorano dovrebbero smuovere l’interesse di chi governa e legifera?

Gli appelli sull’importanza della cultura non servono a nulla se non ci sono persone attente, capaci e attive a raccogliere gli appelli.

Molti operatori del mondo del libro pensano ancora di poter svolgere un’azione complementare a quella dello Stato, sotto un unico interesse comune, quello di aumentare e diffondere la cultura. La realtà è un’altra: per diffondere cultura, l’azione è in contrasto, in opposizione a quella dello Stato.

E’ la stessa dinamica delle comunità locali, quelle sorte ovunque in Italia e che difendono parti di questo paese, il nostro bene comune, in contrasto con amministrazioni locali e centrali . Da queste dobbiamo imparare e a queste dobbiamo unirci per proporre la nostra azione culturale. Sempre più avranno peso librerie, editori, autori che sapranno operare insieme fra loro e insieme a queste realtà locali, proponendosi come centri di cultura, come riferimento per le comunità, come parte integrante della vita di queste comunità. E’ un lavoro che passa attraverso i libri, i libri che si scrivono, che si pubblicano, che si vendono, ma che non si ferma al libro. Un esempio: quello che in questi giorni succede in Sardegna (forza Michela Murgia)

Essere librai, editori, scrittori, operatori culturali nel mondo del libro significa lottare: per la sopravvivenza economica ma soprattutto perchè leggere un libro, oggi, in Italia, vuol dire ribellarsi.

[l’immagine in apice viene da qui]

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8 commenti to “perché leggere un libro vuol dire ribellarsi”

  1. Leggere vuol dire ribellarsi, concordo, a questo stato di cose che non ha sbocchi. Come libraia indipendente mi indigna la scarsa serietà nell’affrontare in Italia l’argomento lettura. Noi qui combattiamo giorno dopo giorno per restare aperti. E allora è vero, occorre combattere, per farsi sentire. A colpi di libri, noi librai, con gli autori che ci sostengono, e le case editrici coraggiose. Uniti perchè ci crediamo, che la cultura possa salvare il mondo.
    Alina Laruccia, Libreria Eleutera di Turi (BA).

  2. Claudio, hai la mia stima da sempre e solo da poco abbiamo iniziato a condividere idee, gusti e esperienze. La rete dei librai non si ferma in Sardegna, lo sai, ormai è una realtà internazionale. Coi colleghi ci sentiamo spesso per consigli e discussioni. Avanti così, a tutela della bibliodiversità e dell’indipendenza di case editrici e librerie.

  3. ciao, mi è stato chiesto di dare la mia esperienza, come si fa tra gli alcolisti anonimi o fra i frequentatori di certe sette religiose.
    Cosa dire? per completare quanto sopra brillantemente illustrato dal collega posso aggiungere che non solo leggere è un atto di ribellione, non solo tenere aperta una libreria o una casa editrice è in questo momento un atto di ribellione, ma, purtroppo, è diventato un segno di ribellione il comprare un libro.
    Quando penso ai clienti che entrano e chiedono un libro consultando il titolo dallo smatphone da 700 euro (quando va bene) e al sentire il prezzo del libro (fra i 10 e i 17 euro in media) esclamano: -Ma è troppo caro
    ecco, in quel momento io colgo la voglia di ribellione di chi decide di spendere quei pochi soldi per l’acquisto di un libro.
    Comprare un libro in una libreria indipendente significa uscire fuori dal solito programma televisivo e provare a guardare le reti locali, significa curiosare e non irrigidirsi sui “programmi standard”
    E a questo punto che mi sembra che i librai, gli editori indipendenti e i lettori indipendenti vadano a coprire un vuoto che non può essere coperto dallo stato, che non ha competenze in materia, e lo ha ampiamente dimostrato, anche di recente. Perché è lo stato che ha creato questo vuoto, disincentivando e demotivando scuole e insegnanti che prima leggevano e proponevano, cosa che ormai non si vede più.

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