io credo che sia stata anche la legge Levi…

di Daniela di Sora [da Affari Italiani]

Pare che gli editori si siano dati la voce: le Libellule Mondadori a 10 euro, il marchio TRE60 (di Gems, vedi box a destra ndr) a 9,90, la collana di tascabili a 9 euro in uscita a marzo per Instar libri…

Molti dicono che sia la crisi a far abbassare i prezzi, io credo che sia stata anche la legge Levi a consentire agli editori di farsi realmente concorrenza scontando i libri all’origine, invece di battagliare a base di sconti fittizi. Ma comunque i risultati si cominciano a vedere, e saranno contenti tutti quelli che nei blog accusavano gli editori di essere una lobby, e di aver manovrato per far passare una legge che danneggiava i lettori.

L’anno scorso Voland ha inaugurato con 4 titoli una collana di tascabili a 7 euro che sta andando molto bene, di questa collana usciranno altri 4 titoli in primavera. Ma la vera sorpresa che abbiamo voluto fare ai nostri lettori riguarda un nuovo romanzo, una prima uscita che presenta le caratteristiche abituali dei nostri libri. Solito formato, copertina plastificata opaca, bandelle, carta uso mano, brossura filo refe, la curatissima impaginazione grafica dello studio Lecaldano con in copertina un bel disegno di Pedro Scassa.

Si tratta dell’ultimo romanzo di Amélie Nothomb, Uccidere il padre, pubblicato in Francia a settembre. Per noi sarà in libreria il 23 febbraio a 9 euro, il prezzo di un cinema o di una pizza. Un’uscita che i suoi numerosi ammiratori aspettano con un’ansia divorante, e sono certa che apprezzeranno la nostra iniziativa. Forse vale la pena di aggiungere che in Francia il libro costa 16 euro.

[una discussione su queste righe è partita su Laramanni’s weblog]

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23 Responses to “io credo che sia stata anche la legge Levi…”

  1. Personalmente credo sia giusto che alcune case Editrici abbiamo abbassato i prezzi. E so anche che all’estero non è il costo del libro che conta. Si legge perchè si ritiene importante promuovere cultura. Da noi no. E’ questo il punto dolente. Qui i libri possono costare anche due centesimi, è il lettore, che bisogna tornare ad educare. Dopo decenni di tv spazzatura, di televisione che ha cancellato dai palinsesti teatro, musica, libri, cosa possiamo pretendere? Si preferisci il popolo ignorante perchè è più facile da dominare.
    Buon anno a tutti noi, comunque.
    Alina Laruccia, Libreria Eleutera Turi(BA).
    Libreria indipendente.

  2. Libricini con “racconti lunghi o romanzi brevi” (con qualche eccezione) a 10 euro!!!! Libricini tascabili a 9 euro!!!! ‘mmazza che affare!!!! Corro in libreria e prometto che d’ora in poi parlerò solo bene della legge Levi e che non mangerò più pizza per comprare questi brevi racconti selezionati da grandi e soprattutto piccoli editori.

    Ma per favore. Ma gli editori viaggiano? Gli editori sono mai entrati in una libreria in terra straniera? Chi ha scritto questo post conosce i prezzi all’estero? Per esempio, sa che in Francia i romanzi di Amélie Nothomb costano quasi tutti 5 euro o – spesso – meno (in formato tascabile)?

    Non capisco se state cercando di convincere noi lettori o voi stessi della bontà della legge Levi… se riuscissi a credere nella vostra buona fede proverei tenerezza per chi scrive interventi come questo.

  3. Già i popoli stranieri sono tutti migliori di noi. I tedeschi, gli inglesi, i francesi… tutti con una tensione culturale che l’Italia si sogna. Ma per favore… prima di fare affermazioni simili viaggiate, vivete all’estero, lavorateci per qualche mese, cercate di capire un po’ le realtà cui fate riferimento altrimenti dite solo sciocchezze prive di senso.

    Dovreste spiegare perché in Francia i romanzi si comprano a 5 euro (molto meno di una pizza sia qui in Italia che in Francia) nonostante la gente riceva stipendi più elevati dei nostri… per non parlare di UK… Parlate di romanzetti venduti a 10 euro (spesso stampati su carta indecorosa) come se fosse un affare quando in Francia, spendendo la stessa cifra, si possono 3 romanzi dello stesso autore.

    Mostrate solo di non conoscere ciò di cui parlate, nonostante lavoriate nel settore.

  4. Io credo che la verità stia nel mezzo. Da una parte è vero che i prezzi di alcune collane stanno scendendo (ad esempio i supercoralli della Einaudi, che fino all’estate sfondavano quota 20 euro per attestarsi sui 22/24 ora sonoo tornati al massimo a 20 euro come per l’ultimo Murakami, libro di 800 pagine che se non ci fosse stata la legge Levi avremmo pagato 24 euro), ma dall’altra ha ragione Antonio, certe collane spacciate per convenienti sono una presa in giro: un libricino di 100 pagine a 10 euro non è un affare dato che ci sono un sacco di tascabili che costano meno e sono un pochino più lunghi (ok il libro non si giudica dalle pagine però…). Mi sembra che come sempre ci siano editori seri e altri furbetti…

  5. Mi sorprende sempre il fatto che non si possa intavolare una discussione pacata, senza avere in risposta la scortesia o, peggio, l’offesa. Immagino che Antonio Sesto sia piuttosto giovane, ma posso rassicurarlo: gli editori viaggiano. E la prima volta che io ho lavorato alcuni mesi in Francia è stato nel 1968 (ho così denunciato pubblicamente la mie età, e la generazione di appartenenza). In ogni caso, leggere con maggiore attenzione forse non guasterebbe.
    L’ultimo libro di Amélie Nothomb, Tuer le pere, uscito in Francia ad agosto 2011, costa lì 16 euro. E i francesi dovranno aspettare quasi due anni (18 mesi, se ben ricordo) per avere il tascabile. Lo stesso titolo, in italiano costerà appena uscito 9 euro. Non è un tascabile, ha il solito formato della collana Amazzoni, copertina con bandelle ecc. ecc. (non voglio ripetermi). Nei supereconomici di Voland ci sono titoli di Amélie Nothomb che costano 7 euro. Per esempio Cosmetica del nemico e Diario di Rondine. Nella stessa collana Lezioni di calligrafia del russo Mikhail Shishkin (400 pagine) costa sempre7 euto (lo dico per anticipare l’obiezione: ma i libri di Amélie sono corti).
    Noi editori indipendenti ci siamo battuti per una legge sul modello di quella francese, che prevede uno sconto massimo in libreria del 5% (in Germania 0%) e la possibilità, appunto, di fare i tascabili dopo 18 mesi. Si è preferito una legge di compromesso, che è comunque meglio di quanto c’era prima, cioè il nulla e lo sconto selvaggio, senza regole. Che poi voleva dire, in molti casi, aumentare il prezzo del libro prima della campagna di sconti, e poi proporlo con uno sconto fittizio.

  6. No alla legge Levi, senza se e senza ma!

  7. Perdonate, ma insisto: perché definire “fittizi” gli sconti che venivano praticati prima dell’entrata in vigore della legge Levi? Erano sconti estremamente reali per chi acquistava, traducendosi in significativi risparmi. In secondo luogo: è senza dubbio positivo che le case editrici lancino collane ‘low cost’ per la narrativa. Tuttavia non noto un trend analogo in altri settori, come la saggistica scientifica / accademica (non mi riferisco ai pamphlet). Se la mia impressione fosse confermata dai dati, allora sarebbe più corretto dire che la Legge Levi non ha favorito in modo eguale tutti i lettori, ma soltanto – in linea teorica – una parte di essi, appunto i lettori di narrativa. Dubito che tale conseguenza soddisfi chi – studenti, ricercatori, docenti universitari – fino alla scorsa estate poteva comprare le opere di Mulino e Laterza con sconti che arrivavano al 40%. Ribadisco: la Legge Levi è un provvedimento profondamente distorsivo del mercato, finalizzato a creare una rendita in capo ai venditori a scapito di alcune categorie di lettori, quelle che, per ragioni professionali, sono costrette ad acquistare.

  8. Io non credo che sia stata la Legge Levi, visto che la Legge Levi è una legge contro la libera concorrenza.
    Giusto per dire le cose come stanno…

  9. Il trend che sta rendendo i libri più economici era già in atto nel 2011, prima dell’entrata in vigore della legge Levi. In questa pagina http://affaritaliani.libero.it/culturaspettacoli/la-crisi-fa-abbassare-i-prezzi-dei-libri-parla-peresson-aie200112.html?refresh_c trovate tutta la documentazione del caso.
    Quindi, ben venga la pacatezza dei toni, ma anche le informazioni corrette sono necessarie. Non è la legge Levi ad abbassare i prezzi, è la crisi, questo è un fatto documentato dall’ufficio studi AIE.

  10. X tommaso: definisco fittizi gli sconti perché la maggior parte delle volte, prima delle famose campagne di sconti selvaggi, i librai ricevevano dai gruppi editoriali le istruzioni per adeguare i prezzi dei libri che poi avrebbero dovuto scontare, con istruzioni di come e quanto alzarli. Che non è poi una pratica solo nel campo dei libri, ho visto alcuni interessanti servizi a Striscia la notizia sui saldi, pare che la pratica sia molto diffusa.
    In ogni caso io faccio di regola una domanda semplice: se metto in vendita un prodotto a un prezzo X, e il giorno stesso che lo lancio sul mercato lo sconto del 25%, (o anche di più) non vuol dire forse che quel prezzo è gonfiato all’origine? Non è meglio attribuirgli da subito un prezzo più basso?

  11. Gentile Daniela di Sora,

    La ringrazio per la risposta. Lei mi chiede: “se metto in vendita un prodotto a un prezzo X, e il giorno stesso che lo lancio sul mercato lo sconto del 25%, (o anche di più) non vuol dire forse che quel prezzo è gonfiato all’origine?”.

    Probabilmente sì, e quindi? È una strategia di marketing molto diffusa. Ma, come ogni altra strategia di marketing, non è onnipotente: la scelta di acquistare, che pure può essere incentivata dallo sconto (la sensazione di ‘fare un affare’), viene presa non in base al mero sconto, bensì al prezzo effettivamente pagato una volta detratto lo sconto. Del resto, se l’acquirente decidesse semplicemente sulla base dello sconto maggiore, Mondadori avrebbe avuto tutto da guadagnare commercializzando l’ultimo romanzo di Dan Brown (per citare un autore di best seller) a 500 euro e a proporlo con lo sconto del 90% nei propri negozi. Ma, suppongo, Mondadori non ha mai adottato questa politica, perché – pur in presenza di un ghiotto sconto del 90% – soltanto un numero assai ristretto di lettori sarebbe stato disposto a pagare 50 euro per un romanzo di Dan Brown.

    In secondo luogo, vorrei sottolineare che – in base ai dati forniti dagli stessi Mulini a vento – fra il 2006 e il 2010 l’aumento medio del prezzo di copertina dei libri nei principali Paesi europei (dove gli sconti sono vietati o fortemente regolamentato) è stato del 6,5%, in Italia del 7%. A quanto pare lo sconto libero non ha portato a massicci rialzi dei prezzi di copertina a danno dei consumatori tanto frequentemente paventati dai difensori della Legge Levi.

    E proprio sulla Legge Levi vorrei, in conclusione, spendere due parole.

    La ragione per cui la Legge Levi è stata sostenuta da editori e librerie medio-piccole non ha nulla a che fare con il prezzo “troppo elevato” o “gonfiato” dei libri. Ha molto a che fare, invece, con gli intermediare presso cui i lettori acquistavano prima della sua entrata in vigore. La libertà di sconto premiava infatti quelle realtà – Amazon e i siti web in particolare – che riescono a sfruttare economie di scala, long tail e simili, risparmiando sui costi di personale e di affitto dei locali e garantendo quindi prezzi più bassi. Ciò creava evidenti difficoltà a quelle realtà, di dimensioni più ridotte e meno competitive, che non potevano garantire prezzi altrettanto bassi. La legge Levi è nata essenzialmente per tutelare loro, a scapito dei lettori.

    Che ora le case editrici, in un contesto palesemente recessivo – in cui è drasticamente in calo la domanda privata per beni di prima necessità, figurasi quella per la cultura –, cerchino di rimodulare l’offerta facendosi concorrenza sul prezzo di copertina può certo essere positivo. Ma, lo ripeto, ciò non coinvolge tutti i lettori, né tutti i settori. Il fatto che la narrativa di consumo oggi venga proposta a prezzi inferiori di quanto lo fosse cinque o sei mesi fa non è certo un motivo sufficiente per modificare il mio giudizio in merito alla regolamentazione degli sconti attualmente in vigore, fortemente penalizzante per molte fasce di lettori.

  12. Gentile Tommaso,
    ancora due parole, e anche un po’ di corsa. E’ evidente che la sua riaposta alla mia domanda è un paradosso, anche le strategie di marketing devono avere una ragionevolezza e proporre un libro a 500 euro per poi scontarlo a 50 non sembrerebbe ragionevole a nessuno. Ovvio che il prezzo finale deve essere appetibile, altrimenti la strategia non sta in piedi. Quello che è sicuro e che se un libro costa 10 euro, e la libreria riceve l’indicazione di aumentare il prezzo di listino a 12, e poi si fa una campagna al 3o% di sconto, lei ha la possibilità di compare un libro a 8,40 (con uno sconto reale di 1,60 rispetto al prezzo originale, e uno sconto sbandierato di 3,60 rispetto al prezzo aumentato) ma con il risultato di pagare poi 12 euro lo stesso libro che fino a quel momento pagava 10 euro. A me non sembra un gran vantaggio. Tenga presente che questa è una pratica adottata regolarmente da tutti i grandi gruppi, quelli che hanno il potere di imporre nelle librerie di catena e indipendenti la loro volontà.
    Riaguardo alla legge Levi, e al fatto che sia stata appoggiata dalle case editrici e dalle librerie indipendenti: noi l’abbiamo voluta per non morire, e perché riteniamo che la pluralità delle voci sia meglio di un’uniformità di proposte. L’abbiamo dunque voluta per motivi culturali, convinti che il libro non sia una merce esattamente come le altre. Il libro non è un paio di mutande, e non è una mozzarella. Lei non mi convincerà mai del contrario.

  13. (non entrava più, mi sono lasciata prendere la mano…)
    Detto questo, sono stati proprio i grandi gruppi, quelli che hanno a disposizione l’intero ciclo della filiera del libro: case editrici, distribuzione, catene di librerie, spesso giornali e soldi per fare pubblicità, a volere alla fine la legge perché ponesse delle regole anche per Amazon (che, tra l’altro, non è un benefattore, e utilizza queste strategie di prezzi stracciati per occupare un mercato. Quando l’avrà occupato, e avrà divorato tutto il resto, cosa leggeremo se nel frattempo tutti gli altri saranno scomparsi?).
    Per finire, io non sono un’economista, e faccio libri che ritengo necessari, mi metto sul mercato e cerco di competere tenendo i prezzi bassi, può vedere il mio catalogo su internet, se vuole. In ogni caso ho in redazione tre persone assunte a tempo pieno e indeterminato, e una part time (per sua scelta). Credo che il mercato abbia bisogno di regole, magari poche ma rispettate da tutti. E sono convinta che oggi stiamo pagando la deregulation e le liberalizzazioni selvagge di altri anni. Ma questo è un discorso che ci porterebbe davvero troppo lontano, e le mie convinzioni non interessano nessuno. Quello che interessa è che in paesi come la Francia e la Germania, dove le leggi ci sono, i lettori e le librerie aumentano di numero. E questo a me pare un buon risultato, che dovrebbe interessare anche il lettore nostrano.
    Ora però credo davvero di essermi dilungata troppo. Le auguro buona lettura, di qualunque libro,
    daniela

    • Gentile Daniela,

      leggo con colpevole ritardo la Sua gentile risposta, che mi offre lo spunto per qualche breve considerazione ulteriore. Sugli sconti non sono del tutto in disaccordo con Lei: ad esempio non nego che l’esistenza degli sconti possa avere in qualche caso indotto gli editori ad alzare, o mantenere artificialmente alto, il prezzo dei volumi (anche se, ribadisco, i dati aggregati degli ultimi dieci anni dimostrano un aumento dei prezzi dei libri del tutto in linea con la media europea, anche con quei Paesi in cui gli sconti sono vietati: evidentemente in Italia una crescita incontrollata del prezzo imputabile allo sconto ‘libero’ non c’è stata). Io mi limitavo a sottolineare un altro aspetto: il fatto che la diminuzione del prezzo di copertina, che Lei accredita anche alla Legge Levi, non sta coinvolgendo tutte le tipologie di libri, e perciò non ne beneficiano tutti i lettori in egual misura. La mia ipotesi – non credo esistano già dati in merito, ma sarei estremamente curioso di conoscerli – è che il fenomeno sia circoscritto ai libri a più elevata tiratura, non certo alla saggistica di settore. E questo per una ragione ovvia: la domanda nel primo caso è molto più alta ed elastica (cioè reattiva al variare del prezzo), mentre la seconda è bassa ed inelastica, dal momento che la saggistica di settore è letta da persone che, per ragioni professionali, sono spesso comunque tenute ad acquistare (es. studenti, ricercatori, professionisti). Durante le fasi di ‘sconti liberi’ queste categorie di lettori potevano comprare on-line libri costosi – a cominciare dai manuali universitari – con sconti che giungevano al 30-40%. Oggi questa possibilità è loro preclusa. Poiché sono comunque tenuti a comprare, sono costretti a pagare di più. Questa è una delle conseguenze della tanto decantata Legge Levi.

      A me fa peraltro piacere se le librerie in altri Paesi prosperano. Ma non è necessario essere economisti per sapere che per mantenere in vita un’attività economica in crisi esistono due strade: o si alzano i prezzi per aumentare i profitti, sperando che la domanda diminuisca in misura meno che proporzionale, oppure si cerca di aumentare il numero di potenziali acquirenti. Il tallone d’Achille del sistema editoriale italiano è il fatto che poche persone leggono e ancor meno acquistano libri: la domanda è cioè più bassa che altrove, con o senza sconti. La Leggi Levi non fa nulla per favorire la promozione della lettura e allargare il numero di potenziali lettori, anzi (e su questo è intervenuta polemicamente l’AIB, infatti). Quella legge muove dal presupposto implicito che il numero di lettori sia destinato a rimanere costante (se non a diminuire) e, per garantire la sopravvivenza delle piccole librerie, si debba semplicemente disincentivare il lettore abituale dall’acquistare on-line, impedendogli di beneficiare dei vantaggi offerti dallo sconto libero. È una legge che mira a ‘redistribuire’ i profitti esistenti nel mercato librario, creando una rendita in capo a intermediari che, con le condizioni precedenti, sarebbero stati espulsi dal mercato stesso. In pratica si stanno artificialmente sostenendo attività commerciali che, stante l’attuale domanda di libri, non riuscirebbero a farcela da sole in presenza di sconti liberi. Non dico che sia di per sé sbagliato, ma deve essere ben chiaro che la Legge Levi, per mantenere in vita queste realtà, ha drasticamente ridotto le possibilità dei lettori-acquirenti di comprare beni a prezzi più bassi.

      E’ questa l’unica via per difendere le c.d. librerie indipendenti? Io non credo. Né si può dire, dati alla mano, che sconti e prezzi liberi sfocino necessariamente nel monopolio di Amazon o di altre imprese ‘dominanti’. Andrebbe esaminato il caso degli Stati Uniti, paese spesso tacciato di essere un esempio di ‘deregulation’ nel settore, dove la politica di prezzo libero ha messo in crisi soprattutto la grande distribuzione standardizzata, rafforzando al contempo i rivenditori on-line – che garantiscono prezzi bassi – e le piccole librerie che hanno saputo diversificare l’offerta e fidelizzare la clientela (ne ha scritto, fra gli altri, Antonella Agnoli sul “Manifesto” nel marzo scorso). La concorrenza non di rado produce esiti non intenzionali e imprevisti.

      Un’ultima considerazione, infine, sulla convizione che “il libro non sia una merce esattamente come le altre”. Mi perdoni, ma questa affermazione – in linea di principio forse condivisibile – è utilizzata da qualsiasi categoria per rivendicare tutele particolari e limiti all’accesso per difendere la propria quota di mercato. Nessuno qui dubita, io credo, del valore culturale del libro. Ci si chiede, semmai, se imporre restrizioni alle modalità di vendita favorisca o no il lettore, se contribuisca ad allargare il mercato, se renda più capillare la distribuzione dei testi. A mio avviso no: semplicemente cristallizza e sclerotizza la situazione attuale, mantenendo in vità realtà inefficienti che hanno perduto clientela anche perché non riescono a intercettare bisogni e necessità dei lettori di oggi. Non vedo come tutto ciò vada a beneficio del lettore.

      • Ad Amazon interessa vendere il suo Kindle e spingere l’ebook ritagliandosi in Italia una presenza dominante in questo settore ancora vergine. Lo sconto selvaggio del 40% su tutto, spesso magari anche sottocosto, è una tattica di guerriglia che poco ha a vedere con ideali di libero mercato, o meglio forse li sposa in pieno in un’ottica di liberismo deregolato. In Italia poi assistiamo sempre più a grossisti e distributori che fanno i dettaglianti (e che offrono al pubblico prezzi che non offrono nemmeno ai rivenditori), è ovvio che così muore tutto il tessuto commerciale.
        Ora possiamo esultare al fatto che Amazon venda tutto al 40%, ma ricordiamoci che questo significa fare chiudere migliaia di imprese, lasciare a casa decine di migliaia se non centinaia di migliaia di lavoratori in tutto il paese. Tutto questo per pagare un libro 3 euro in meno?
        Benissimo, affondiamo il commercio, in tutti i settori ed affidiamoci ad un’Amazon globale che vende tutto l’immaginabile scontato, ma che ce ne faremo di questa “offerta” succulenta quando non ci saranno più soldi da spendere?
        Quanto ora tocca al libro (sono convinto che questa legge verrà presto eliminata dai sobri tecnici) poi toccherà a tanti altri settori.
        Le librerie indipendenti sono destinate a morire, non c’è nulla da fare, perché dall’alto si vuole questo (il dio Denaro non è un Moloch senza nome e senza indirizzo), ma io ho l’impressione che a morire poi sarà il paese, sarà la società stessa.
        Tutto questo si giova della malsana competizione e divisione fittizzia tra lavoratori dipendenti e piccoli imprenditori (che spesso si inventano commercianti per necessità, non trovando un lavoro), c’è un brutto dividi et impera e mors tua vita mea che circola nella nostra società.
        Io sono per un prezzo SENZA sconto, questa è l’unica strada per riportare i libri a prezzi reali e spostare la competizione dal prezzo ai contenuti. Avere prezzi ultrascontati dei libri porta poi ad anomalie consumistiche, si finisce per comprare tanta roba che magari nemmeno si leggerà, un po’ come chi riempe i carrelli all’ipermercato di cose inutili o di cibo che poi verrà buttato.
        Manca secondo me un indirizzo serio, chiaro, verso che tipo di società desideriamo.

  14. Gentile Daniela, lei non si dilunga mai troppo perché finora lei è l’unica persona, tra tutti coloro che hanno inviato post, che si è presa la briga di rispondere alle osservazioni che ne sono scaturite.
    Detto questo le segnalo un contributo del Prof. Roncaglia (che può scaricare da http://dl.dropbox.com/u/3075864/leggelevi.doc ) nel quale, sulla base di documentazione ufficiale proveniente da associazioni di categoria francesi, si evidenzia che non è affatto vero che in Francia “le librerie aumentano di numero”; al contrario il settore è drammaticamente in crisi e in particolare a chiudere sono proprio le piccole librerie indipendenti.
    Si regali il tempo di leggere il Prof. Roncaglia è capirà meglio cosa sta accadendo e sopratutto -perché.
    Ma i piccoli editori non hanno tutto da guadagnare dalla grande distribuzione on line, l’unica in grado di gestire in modo efficiente la “coda lunga” dei mercati di nicchia? Mi dica lei: vende di più con Amazon BOL e IBS o nelle piccole librerie “indipendenti”?

  15. Un applauso agli Svizzeri che hanno respinto con un referendum una legge del tutto simile alla nostra legge “leviatano”. .

  16. Felice di non aver più comprato un libro dall’entrata in vigore della legge (a parte un regalo sotto natale, lo ammetto e faccio ammenda, cercherò di non cadere in tentazione mai più)

  17. @Ernesta: ognuno è felice come può. Ma mi raccomando, non cada mai più in tentazione. Ci sono tante belle cose in giro da comprare, certamente più a buon mercato. Per esempio i miei tascabili costano 7 euro, la Guida alla Parigi ribelle (364 pagine) 15 euro. Prezzi davvero irragionevoli.
    Ma qualcuno si rende conto della fatica, del lavoro che c’è dietro un libro? Acquisizione diritti, traduzione, revisione redazionale, tipografia, promozione, distribuzione… E tutti a lavorare gratis? Sono certa che chi protesta per il prezzo dei libri, vuole poi essere pagato per il proprio lavoro.
    @ivan: grazie, Fa bene sapere che qualcuno non si lascia incantare.

  18. @Daniela. Ho già ampiamente spiegato nei mesi scorsi i motivi che mi hanno spinto a prendere questa decisione, non ho ritenuto opportuno ripetermi nuovamente. Non protesto per il prezzo dei libri, protesto per questa legge che avete voluto, protesto per le motivazioni, spesso contraddittorie, che avete addotto, protesto perché, da forte lettrice, mi sento presa in giro da tutto il sistema editoriale.

  19. Anch’io non ho più comprato nulla dal primo di settembre. Ho comprato solo un libro cartaceo in inglese, editore britannico e su A**zon, evitando accuratamemete di finaziare sostenitori a vario titolo della legge -da -paese- del -blocco- di -Varsavia anche detta legge Levi. Continuerò così fino a quando questa legge illiberale non sarà abrogata.

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