Schiffrin: modello o bersaglio?

[Con questo articolo prosegue la discussione su Il denaro e le parole di André Schiffrin, cominciata con un articolo di Cesare de Michelis su Il Sole 24ore al quale aveva risposto Ginevra Bompiani su questo stesso blog. In calce all’articolo di Filippo La Porta pubblichiamo la lettera di Daniela Di Sora (Voland) a Il Sole 24ore riguardo l’articolo di de Michelis]

di Filippo La Porta [da Left 7 gennaio 2011]

Qualcuno ritiene che il capitalismo, nonostante contraddizioni, sprechi, etc., resti pur sempre il modo migliore per produrre una merce? Gli consiglio di leggersi Il denaro e le parole di André Schiffrin (Voland, trad. di Valentina Parlato), un libro affilato, essenziale, sul mondo dell’editoria oggi, a dieci anni dal “classico” Editoria senza editori…. La diagnosi di Shiffrin è inesorabile: Ovunque è crisi, anche perché solo un’editoria fatta di case editrici indipendenti, più piccole e diversificate, “avrebbe senz’altro resistito meglio” dei grandi gruppi (che come Random House realizzano ormai solo titoli con previsioni di vendita superiori a 60.000 copie!). Paradossalmente la concentrazione delle librerie, incoraggiata dagli editori, accentua la crisi: le catene americane (Barnes & Noble), che rifiutano libri le cui vendite non siano sicure, rischiano di soccombere (da noi alcune catene espongono un titolo in vetrina per 10.000 euro!). Per riprendere l’interrogativo iniziale ecco un caso in cui sicuramente (direbbe Totti) si dimostra che il capitalismo (il profitto) non è il modo più efficiente di fare qualcosa.

E’ proprio la pretesa del tutto irrealistica di realizzare utili del 10-15% a portare alla rovina, mentre una prospettiva di profitto medio intorno al 3-4% annuo (il tasso d’interesse offerto da una cassa di risparmio), come peraltro avveniva da un paio di secoli, è l’unica ragionevole. Ma quando i nuovi proprietari hanno confrontato gli utili delle loro case editrici con quelli delle televisioni, delle riviste, etc. hanno cominciato a sbarellare. Di qui la disperata ricerca di best-seller, l’acquisto di sempre nuove case editrici (e relativi licenziamenti), l’assimilazione dello stipendio dei dirigenti editoriali a quello dei loro equivalenti bancari. I segnali di resistenza sono tenui: ad es. in Francia le case editrici universitarie o certe cooperative. etc., ma soprattutto queste iniziative devono essere sostenute da aiuti pubblici, meglio se locali e regionali. Per Schiffrin oggi l’utopia della lettura ci viene dal modello norvegese, dove il governo acquista ogni anno un certo numero di libri (1.500 copie), perlopiù di piccoli e medi editori, e poi li distribuisce a tutte le biblioteche, che pure sono costrette ad acquistare i best-seller richiesti dai loro utenti. Però la Norvegia è un paese con meno di 5 milioni di abitanti… E se a Parigi può capitare che il Comune affitti un locale soltanto per una libreria, a New York i rincari arbitrari degli affitti le fa chiudere tutte! Ed è in Francia, grazie alla legge Lang, che la situazione consente qualche spiraglio in più , e dove le librerie indipendenti (utile annuale medio: 0,6%), le uniche dove il pubblico può scoprire nuovi testi anche “difficili”, godono di una serie di agevolazioni.

Già, il capitalismo sembrerebbe incompatibile con la democrazia, che ha bisogno di cittadini con opinioni critiche e indipendenti. Sognando la Norvegia suggerisco nel frattempo di farcela da soli. Ogni lettore, considerato come individuo, dovrebbe cominciare a cercarsi da sé i libri più “difficili” e più interessanti, a schivare i best-seller parassitari (anche quelli pretenziosi alla Eco), a non lasciarsi influenzare dalle mode, etc., senza aspettare provvedimenti dall’alto e senza delegare a nessuno!

Caro Stefano (n.d.r. Salis)

Ti scrivo a proposito del sorprendente articolo di Cesare De Michelis, apparso su Domenica del 19 dicembre, sul nostro autore André Schiffrin, che chiama in causa anche il suo “libello” da noi pubblicato, Il denaro e le parole. Mi limito a poche precisazioni, rese necessarie dalla superficialità di alcune affermazioni dell’autore dell’articolo.

La Pantheon Books non è mai appartenuta ad André Schiffrin, come De Michelis invece afferma (“vendette la sua Pantheon Books a Random House a un prezzo per lui premiante ma certamente eccessivo rispetto alla redditività…”). Basta consultare Wikipedia se non si conosce la storia dell’editoria americana per ricavare informazioni più corrette, dal momento che forse è pretendere troppo consigliare la lettura di libri scritti dallo stesso Schiffrin (Libri in fuga Voland 2009, Editoria senza editor Bollati Boringhieri 2000).

In breve comunque la storia è questa: la Pantheon Books entra a far parte del gruppo Random House nel 1961 Nel 1962 André Schiffrin viene assunto come junior editor, e resterà alla Pantheon Books per trent’anni. Nel 1980 Random viene acquistata da S.I. Newhouse e dal suo gruppo Condé Nast, nel 1990 con grande eco della stampa statunitense, e non solo, André Schiffrin si licenzia insieme a tutti i redattori della Pantheon. Le vicende sono raccontate con maggiori dettagli alle pagine 190- 200 di Libri in fuga).

Questo è la più macroscopica delle inesattezze e credo mini le basi stesse dell’articolo. Limitare inoltre l’esposizione delle teorie di Schiffrin a una rivendicazione di sussidi da parte dello stato mi sembra altrettanto scorretto. Il discorso che fa Schiffrin è molto più articolato e parte dalla considerazione che non si può pretendere dalla cultura la redditività che si pretende in altri settori, ma per questo davvero basta leggere Editoria senza editori e eventualmente il nostro Il denaro e le parole appena uscito.

André Schiffrin chiede regole, ed è una battaglia che tutti gli editori indipendenti dovrebbero condividere. Certo è troppo pretendere che la condividano anche i grandi gruppi.

Ultima considerazione, anche se ne avrei altre ma non voglio dilungarmi: in ogni caso definire “patetica” la vicenda di un uomo che potrebbe insegnare la dignità a molti mi sembra il colmo.

Ci terrei molto a veder pubblicate queste considerazioni, intanto giro l’articolo del professor De Michelis anche ad André Schiffrin che, se ne avrà voglia, risponderà di suo pugno.

Con immutata stima e affetto nei tuoi confronti,
Daniela Di Sora (Voland)

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