i librai indipendenti alla battaglia per sopravvivere

di Giuseppe Culicchia [da La Stampa – 3 novembre 2010]

In un panorama editoriale come quello italiano, caratterizzato dalle guerre che contrappongono i grandi gruppi e dalla contestuale lotta per la sopravvivenza degli editori indipendenti, solo una vecchia battuta riusciva fino a ieri a mettere tutti d’accordo: «I librai si lamentano sempre». Poi però nel 2009 sei editori indipendenti (Instar Libri, Iperborea, Marcos y Marcos, Minimum Fax, Nottetempo, Voland) hanno dato vita ai Mulini a Vento con l’idea di arrivare all’approvazione di una legge che regolamentasse la questione dello sconto (sia al pubblico sia al rivenditore), come già accade in Francia o in Germania. E quando l’onorevole Ricardo Franco Levi ha presentato alla Camera la sua legge sul libro, che secondo i Mulini a Vento è insufficiente, i sei si sono trovati a condividere la stessa battaglia non solo con numerosi altri colleghi, ma anche con un certo numero di librai a loro volta indipendenti.

In breve, la legge Levi pone un tetto allo sconto che il libraio può fare al cliente, fissandolo al 15%. Ma al di là delle deroghe per le vendite on line (dove si passa al 20%) e le biblioteche, per le associazioni e i libri fuori catalogo, un comma consente agli editori di fare promozioni per undici mesi l’anno tranne dicembre: cosa che vanificherebbe qualsiasi tentativo di limitazione dello sconto. Per tacere dei controlli e delle sanzioni, che sarebbero del tutto inefficaci. «Ma il colmo», si legge sul blog dei Mulini a Vento, «è che questa legge è stata redatta con l’accordo delle associazioni di categoria (Aie, Associazione Italiana Editori, e Ali, Associazione Librai Italiani), quindi viene fatta passare come una legge “voluta unanimemente da editori e librai”». Nel corso degli ultimi mesi l’appello dei sei «disobbedienti» è circolato sul web, trovando presto numerose adesioni. Ma anche qualche distinguo.

«Per le librerie indipendenti questo è un momento drammatico». Rocco Pinto, libraio torinese della Torre di Abele, e Salvo Spiteri, libraio palermitano della Modus Vivendi, usano la stessa frase per dare un’idea della gravità del caso italiano, e non smentiscono la vecchia battuta popolare tra gli editori. Ma stavolta contraddirli non è possibile. Negli ultimi due anni, ben 150 loro colleghi sono stati costretti a chiudere bottega. E mentre proprio a Torino viene inaugurato il centesimo punto vendita Feltrinelli e a Roma la legge dell’onorevole Levi attende di passare l’esame del Senato dopo quello della Camera, entrambi si dicono certi che il perdurare dell’attuale vuoto legislativo porterà ad altre chiusure. Tuttavia, il primo ha aderito all’iniziativa dei Mulini a Vento. Il secondo no.

«Da parte mia non penso che la libreria indipendente sia per forza meglio del megastore», dice Pinto, che in trent’anni di libreria è stato di volta in volta fattorino, magazziniere, commesso e direttore. «Sono le persone a fare la differenza, e ci sono bravi librai anche nelle catene. Il problema semmai è che i margini di guadagno sono troppo bassi per permettere ai piccoli di investire. Ogni libreria indipendente in realtà è una risorsa, visto che supermercati e magastore premiano con le loro scelte i titoli già in classifica. Ma noi finora non siamo stati capaci di unire le forze, magari creando network di negozi che insieme potrebbero dare ai lettori ottimi servizi».

Col raddoppio del canone d’affitto, la Torre di Abele è entrata a far parte del gruppo delle librerie Giunti. «Anche la libreria dell’amico Nicolini a Mantova è diventata una Coop, per sopravvivere. Del resto, una libreria indipendente riesce a spuntare dall’editore fino al 30% di sconto, mentre le catene arrivano al 45%. Certi piccoli librai vanno a comprarsi le novità al supermarket, anziché passare dal distributore. In Francia la legge sul libro l’hanno fatta 28 anni fa, quando si sono accorti che la Fnac si mangiava una libreria dietro l’altra. In Italia quest’anno per la prima volta il fatturato delle catene ha superato quello degli indipendenti: e di questo passo finiremo come in Inghilterra, dove sono rimaste solo le prime». Per Pinto è un problema culturale, più che commerciale. «So di essere un commerciante, per carità. Ma credo che se in un paese mancano i libri sia peggio che se manchi la benzina. E trovo miope il ragionamento di chi sostiene che una brutta legge è meglio di niente. Noi ne vogliamo una dignitosa, che stabilisca sconti uguali per tutti e riduca a due soli mesi il periodo in cui gli editori possono fare promozioni».

Su questo Salvo Spiteri, che con la moglie Marcella ha aperto la Modus Vivendi a Palermo nel 1997 dietro via Libertà, non è d’accordo. «Vede, noi siamo talmente indipendenti che una volta un cliente dopo aver girato una mezz’ora tra i banchi e gli scaffali mi ha chiesto: “Ma voi i libri normali non li tenete?”. Fin dall’inizio abbiamo deciso di dare spazio alla piccola e media editoria, puntando sulla ricerca e rifuggendo dal marketing, pur consapevoli del fatto che il giudice supremo è il mercato e che avremmo dovuto faticare il doppio, visto che i grandi gruppi tendono a monopolizzare gli spazi e ad appiattire le proposte. Ci pigliavano per pazzi: la Mondadori aveva appena inventato l’invio d’ufficio, e dato che avevamo 120 metri quadri in centro ci mandava 258 copie dell’ultimo bestseller». Per quattordici anni, il pubblico ha dato ragione al metodo Modus Vivendi. «Ci siamo costruiti una clientela affezionata e orgogliosa. Ma oggi non basta più. Il calo è iniziato nel 2008, è continuato nel 2009 e si è confermato nel 2010. Con la concorrenza dei megastore ci è venuto a mancare quel 20% che corrisponde alla clientela meno fidelizzata e più sensibile agli sconti. Per questo dico che è meglio una legge perfettibile rispetto all’attuale vuoto legislativo. Non c’è più tempo da perdere: se le cose continuano così, non c’è futuro».

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