L’ultima frontiera dell’omologazione – una risposta a Levi

de I Mulini a Vento [Il Manifesto – 9 Ottobre 2010]

Ieri l’onorevole Ricky Levi è intervenuto sul Manifesto in difesa del progetto di legge sulla disciplina del prezzo del libro che porta il suo nome. Quello che all’apparenza sembra il pacato rimbrotto del buon padre di famiglia che spiega al figlio inesperto (Valentino Parlato e alcune centinaia di editori e librai) come stanno veramente le cose per consentirgli “di costruire la propria opinione su basi solide e reali”, contiene a nostro avviso alcune fondamentali imprecisioni e omissioni. Tali imprecisioni e omissioni invalidano il suo ragionamento, ed è dunque opportuno che siano portate alla luce in modo che davvero il lettore possa formarsi un’opinione.

Intanto l’onorevole Levi pare ignorare che è in atto un movimento che ha raccolto intorno all’appello lanciato dal gruppo di case editrici indipendenti che va sotto il nome di Mulini a vento centinaia di adesioni di editori e librai (si vedano i nomi e i contributi sul blog leggesulprezzodellibro.worpress.com). È dunque per lo meno impreciso dire e ripetere che la proposta di legge “ha trovato il sostegno della stragrande maggioranza degli operatori, grandi e piccoli, librai ed editori, del settore librario”. Di fatto è un tentativo di far valere il principio di autorità a sostegno di un ragionamento fallace.

Secondo l’onorevole Levi questa legge metterebbe ordine nell’attuale Far West limitando i monopoli e proteggendo i più deboli, siano essi editori o librai. Che metta ordine è sicuramente vero, il problema è il tipo di ordine che verrebbe instaurato (e che in ogni caso avrebbe forti probabilità di essere frequentemente disatteso perché la legge non prevede efficaci strumenti di controllo e di punizione).

Perché l’ordine proposto dalla legge Levi e fortemente voluto dalle grandi case editrici e catene di librerie non è accettabile? C’è un dato di cui non si parla quasi mai quando si discute di sconti sul prezzo del libro, un dato che modifica radicalmente il quadro proposto dall’onorevole Levi: lo sconto che le case editrici fanno alle librerie e che costituisce il margine del libraio. Nel testo della legge non si fa alcun cenno a questo aspetto fondamentale. Bisogna infatti sapere che le librerie indipendenti acquistano i libri con sconti assai diversi rispetto alle librerie di catena. Queste ultime, grazie a una differente forza commerciale, hanno uno sconto più alto. Inoltre, ogni volta che l’editore vuole fare una promozione deve aumentare molto lo sconto alla libreria per compensare il minor ricavo dovuto allo sconto fatto al lettore.È dunque evidente che

1) lo sconto del 15% permette di mantenere una buona redditività alle librerie di catena mentre porta alla soglia della perdita la piccola libreria indipendente, che dunque non può farlo;

2) che il piccolo medio editore, avendo tirature limitate, non può permettersi di fare promozioni con sconti addirittura superiori al 15%, perché si mangerebbe tutto il suo già piccolo margine, mentre la grande casa editrice grazie a tirature alte può fare sconti maggiori senza andare in perdita (anche perché spesso ha già provveduto a fissare prezzi alti in previsione dei futuri sconti);

3) la norma che prevede che le promozioni possano essere fatte solo dagli editori, mette loro in mano un’arma micidiale: si dice infatti che tutte le librerie devono essere informate e hanno facoltà di non aderire. Ma non si dice da nessuna parte che il maggiore sconto offerto dalla casa editrice alla libreria debba essere uguale per tutti (perché un grosso gruppo editoriale non dovrebbe favorire le sue librerie, se la legge glielo consente?) È dunque facile profezia dire che, se la legge Levi dovesse passare senza modifiche, vedremo tantissime librerie indipendenti che non aderiscono alle promozioni.

Ecco come una norma che sembra mettere ordine nel caos attuale di fatto cristallizza dei vantaggi spropositati per le grandi case editrici e le librerie di catena.

Qualcuno a questo punto farà una domanda: e se a seguito di questa legge dovessero chiudere piccole librerie ed editori indipendenti, che sarà mai? Non siamo così corporativi da volere che la politica (la sinistra?) italiana difenda chi lavora nella filiera del libro. Quello che la legge Levi però sancisce definitivamente è che in Italia al centro di tutto non c’è il libro (con autori, editori, librai, lettori e cultura) ma solo lo sconto, e che il punto non è vendere (e cercare e fare e offrire e proporre) libri a lettori, ma vendere sconti a consumatori. Con buona pace della cultura e della bibliodiversità. A nostro avviso una buona legge per il libro dovrebbe partire da queste ultime due esigenze e trovare il modo di preservarle (come avviene in molti Paesi europei). E l’esistenza di un gran numero di editori e librai indipendenti è una garanzia in questo senso.
In Francia e in Germania ci sono da anni leggi che limitano o vietano drasticamente lo sconto e le promozioni, con ottimi risultati non solo per l’intera filiera del libro ma anche per la cultura (e senza danni per il lettore). Da noi non è proprio possibile? Avete mai fatto questa banale considerazione: se nessuno può fare sconti non ci sarà più bisogno di farli. Se nessuno potrà fare sconti il prezzo fisso dei libri diventerà elemento di concorrenza ad armi pari e i prezzi scenderanno.

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3 commenti to “L’ultima frontiera dell’omologazione – una risposta a Levi”

  1. Non c’è nulla da dire, se non che ci avviamo verso un baratro culturale da cui non riusciremo ad uscire mai più. Il tutto sotto silenzio da parte dei cosidetto organi di informazione.

  2. E’ oramai evidente che la legge LEVI è stata scritta per i GRANDI EDITORI e PER LE GRANDI CATENE DI LIBRERIE. Se gli sconti fossero limitati o inesistenti, QUESTI SIGNORI dovrebbero battersela sul terreno della qualità delle librerie (leggi LIBRAI PREPARATI!). Stiamo parlando di “librerie” dove l’amministratore delegato parla di PEZZI VENDUTI e dove gli operatori vengono formati normalmente per lavorare indifferentemente nei supermercati, in negozi di articoli sportivi, oppure, DULCIS IN FUNDO, nelle librerie. Almeno, non chiamatele più librerie, ma rivendite di libri.

    PJM

  3. Dopo Francoforte sono entrata in un libreria bolognese per ritirare un libro scolastico per mio figlio. Alla cassa mi precedeva una signora pronta a pagare un libro per bambini al 20% di sconto. Ho pensato che la maggioranza di persone che difendono questa legge sarà di certo contenta di porre fine a questo Far West. Non sono maggioranza, ma non necessito di ulteriori elementi chiarificatori da parte di Levi. Pongo a Levi e agli altri di buona volontà che si impegnano a favore di questa legge: cosa vi impedisce di desiderare un paese più giusto, più colto, più europeo e di battervi per questo?
    Grazia Gotti, libraia-editrice.

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