l’appello

de i mulini a vento

La legge sul prezzo del libro che è passata alla Camera e sta per essere discussa al Senato ha provocato moltissimo scontento fra gli editori indipendenti, piccoli e medi, che non sono stati ascoltati in nessun modo nella sua formulazione. La legge stabilisce un tetto agli sconti sui libri del 15% (sconto assai più alto di quello previsto da quasi tutte le leggi europee analoghe), ma questo tetto apparente viene poi smentito dalla possibilità per qualsiasi editore di fare tutte le promozioni che vuole, della durata di un mese, per undici mesi all’anno.

Nessun prodotto commerciale è trattato con tanto disprezzo! Qualsiasi prodotto commerciale, infatti, può essere svenduto o saldato solo due volte l’anno e per il resto del tempo ha il suo prezzo. Questa legge libera, in pratica, il prezzo del libro, non meno della disastrosa legge inglese, che ha rovinato e fatto chiudere tante librerie e case editrici indipendenti. Mentre la legge francese e tedesca le hanno salvate e protette e continuano a farlo, con la semplice regola di vietare o limitare radicalmente gli sconti.

Questa legge, di fatto, non ha a cuore né l’interesse del libro e della cultura, né quello dei librai o degli editori, ma esclusivamente quello dei grandi gruppi editoriali e delle catene libraie (che appartengono agli stessi gruppi), che vogliono proteggersi dalla Grande Distribuzione.

E’ sotto gli occhi di tutti la trasformazione già in atto delle librerie di carena in ‘outlet’, dove le pareti e i tavoli sono dedicati agli sconti. Sconti che gli editori indipendenti non si possono permettere, che le librerie indipendenti non ottengono, che divide editori e librai in due categorie orizzontali: da una parte gruppi e catene che a forza di sconti occupano tutto lo spazio disponibile, svendendo il libro come un prodotto d’occasione, ed editori e librai indipendenti, che invece di essere sostenuti dalla legge e dallo stato nella difesa della cultura e della bibliodiversità, sono abbandonati a se stessi e stanno chiudendo i battenti.

Chiediamo che la legge sul prezzo del libro mantenga le sue premesse, guardi alle leggi europee e, come dovrebbe fare ogni legge, protegga la cultura e difenda i soggetti più deboli.

Da numerosi dibattiti e convegni fra editori e librai indipendenti, siamo arrivati per parte nostra a una linea di compromesso: possiamo accettare uno sconto che vada dal preferibile 5% all’appena accettabile 15%, purché le promozioni siano limitate come per ogni altro prodotto a due mesi l’anno.
Questa è la condizione perché il libro resti al centro della nostra cultura.

Ribadiamo le condizioni indispensabili per noi e alle quali una vera politica del libro non può rinunciare:

1. Far riferimento a modelli culturali e a una legislatura sul libro che ha avuto eccellenti esiti, come quelle francese e tedesca.

2. Limitare le promozioni, come avviene per tutte le altre merci e prodotti, a due mesi l’anno, gli stessi per tutti, in modo da facilitare i controlli.

3. Istituire un organo di controllo che preveda sanzioni per chi trasgredisce, sia alzando lo sconto oltre il 15%, sia proponendolo in periodi diversi dai due mesi previsti (non necessariamente consecutivi), e dunque tanto per gli editori che per i librai o catene librarie che vìolino le regole.

4. Delimitare il tempo in cui un libro è considerato ‘novità’ ed è quindi sottoposto a restrizioni particolari.

I Mulini a Vento: Instar Libri, Iperborea, Marcos y Marcos, minimum fax, nottetempo, Voland

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49 Responses to “l’appello”

  1. adesione totale all’appello

  2. Sosteniamo l’iniziativa di fissare il prezzo del libro.
    Il libro non è una merce qualsiasi! E´ un bene culturale.
    La vendita di libri non non si può aumentare come un qualsiasi articolo di consumo, perchè ci vuole tempo per leggerlo. Il cliente non lo compra perchè costa poco, ma perchè si interessa per l’argomento.
    Non è cosa primaria comprarlo al prezzo più basso possibile, ma avere una grande varietà!
    Anche noi riteniamo importante ridurre lo sconto per il pubblico al massimo di 5%.
    E togliere i libri dai supermercati.
    Solo così salviamo le librerie medie e piccole che garantiscono la varietà del mercato di libri.
    Non riteniamo neanche giusto che alcuni editori offrono a dei clienti finali (p.e. biblioteche e scuole) dei sconti che le librerie normalmente non sono in grado di fare (p.e. 20%) – in questo modo distruggono il mercato dal quale in fondo vivono. Sono le librerie che giorno per giorno spargono i libri tra la gente e fanno consulenza!

  3. E’ l’ennesimo provvedimento che tende a colpire tutti gli editori piccoli e medi che non fanno riferimento a grandi gruppi editoriali. Un ulteriore e, questa volta, mortale colpo alla libertà e alla democrazia – che passa attraverso le idee e le suggestioni veicolate dai titoli che gli editori mandano ogni giorno in libreria – nel nostro Paese. In una democrazia sostanziale, e non soltanto formale, di ben altri provvedimenti avrebbe bisogno un settore già da tempo in crisi come quello dell’editoria.

  4. buongiorno,
    sottoscrivo, molto volentieri, ciò che ha scritto Ginevra Bompiani a proposito del costo dei libri. non è un voler sacralizzare un prodotto, ma rendere il giusto valore al libro. so che sarà difficile, molto difficile, questa cosa ma ne
    vale la pena. se oggi tutto ha un prezzo e sempre meno ha valore, vorrei che almeno all’oggetto libro si desse un po’ di valore. e non svendere un libro passa per questo concetto. nella trasmissione di libri e letture “il posto delle parole” abbiamo parlato sovente con i nostri ospiti di questo aspetto, che non riteniamo per nulla marginale e continueremo a farlo. l’impegno di Ginevra Bompiani non è nient’altro che un impegno a difendere una libertà.

  5. Sono Tahar Lamri, scrittore e vorrei aderire al vostro appello.

  6. Il problema della lettura non credo stia nelle diffusione dei libri e nel mercato, ma nella motivazione che deve spingere la nostra povera sfolgorante umanità a confrontarsi con le parole altrui. Un problema di carne, di cuore, di sangue e di libertà, non di sconti. E chi vuol favorire la lettura deve lavorare -se ne ha autorevolezza e fame, sperdimento e magone- sulla motivazione. Ma questa selva selvaggia commerciale certo non aiuta i valorosi editori, piccoli nelle dimensioni ma grandi nella apertura. E dunque ha qualcosa di iniquo per tutti.
    Dunque aderisco,
    davide rondoni – scrittore

    • Signor Rondoni, mi rivolgo a Lei che ha cercato di analizzare il problema della diffusione dei libri e quindi degli autori dal punto di vista umano. Forse sarà stata la sfortuna, ma le circa quaranta piccole case editrici italiane che ho contattato, inviando lettere o un manoscritto (sicuramente di nessun valore, ma in questo caso non ha importanza) non mi hanno mai risposto.

      Per cui, incuriosita Le chiedo:
      chi sono questi valorosi editori di cui lei parla ?
      dov’è la grande apertura, se chi si rivolge a loro non è degno non come scrittore, ma come essere umano di un cenno di risposta?
      Dov’è il cuore ? quando ti rivolgi a loro sai di dover mettere da parte la tua dignità, accettando qualsiasi condizione ti venga imposta.
      E la sensibilità?
      A chi importa del sangue e della libertà degli altri? Eppure gli editori conoscono bene lo stato d’animo di chi invia il proprio lavoro. Mai, non riceverai mai una riga da loro, neanche per ringraziarti di averli scelti in un così vasto panorama editoriale.
      In questi casi mi sento trattata come un prodotto. sbaglio?
      E se io ed il mio lavoro siamo un prodotto sotto tutti questi punti di vista, perchè un libro non può essere scontato come una scatola di pelati?
      Sarà solo il malcostume? maleducazione di alcuni editori? non so. Ma posso dire di aver contattato alcuni agenti letterari o editori negli Stati Uniti, che mi ha risposto. Tutti. Alcuni addirittura nel giro di poche ore.
      Per non generalizzare chiedo scusa agli editori italiani che non si comportano così. Se esistono. Grazie L.

  7. Aderiamo all’appello!

  8. Aderisco all’appello.

  9. Sosteniamo volentieri la difesa del prezzo fisso del libro, in quanto è ormai da tempo che non è più così, le campagne sconti degli editori, gli sconti della grande distribuzione, quelli fissi delle librerie di catena, hanno fatto sì che il prezzo di copertina al libraio indipendente costa molto più di quel, del tutto fantomatico, 30% lordo. Eppure per molti di noi i pagamenti delle novità sono ancora a 60 gg. o poco più. Mentre la grande distribuzione, incluse le librerie di catena, oltre a usufruire di sconti ben più elevati, sino al 55% dsul prezzo di copertina, usufruiscono anche di agevolazioni di pagamento che vanno dai 6 mesi della fornitura, dove viene saldato soltanto il 30% del fornito,ai 365 giorni dove viene saldato il fornito al netto delle rese.
    Ora da questi fatti si possono capire due cose fondamentali, la prima è che i librai indipendenti, da sempre individualisti e snob, sono diventati, a loro insaputa, la vera “CASSA CONTANTI” degli editori, e in secondo luogo il magazzino fiscale della contabilità editoriale, ovvero, meno giacenze in magazzino meno tasse da pagare al fisco, che risulta comodo fare pagare ai librai frazionandole in modo tattico. Meditate colleghi, dov’è la parte del manico del coltello?

  10. Siamo tipografi. Ogni giorno stampiamo libri di tanti editori, molti dei quali indipendenti. Abbiamo l’opportunità di vedere da vicino quanta passione e quanta fatica c’è dietro la pubblicazione di ogni nuovo titolo. Ed anche per questo crediamo che la legge Levi sia profondamente sbagliata, nel misura in cui sembra ignorare questo immenso sforzo. Condividamo, sosteniamo e diffondiamo il vostro appello. Geca Spa

  11. Aderisco.
    Oltreché ostile alla bibliodiversità, la legge è chiaramente incostituzionale.
    Infatti impone limiti al diritto di proprietà dei librai che acquistano in proprio i libri, senza intervenire direttamente sulla formazione del prezzo.
    Tonino Bozzi, libraio in Genova

  12. per i “Mulini a vento”,

    come avevamo in precedenza dichiarato siamo assolutamente convinti dell’inadeguatezza e della cecità della legge sul prezzo del libro, che non serve a diffondere cultura, promuovere economia, né difendere il lavoro degli editori e dei librai (che per loro natura dovrebbero essere degli imprenditori “indipendenti”, ossia in grado di fare scelte e non subirle sotto ricatto di estinzione pressoché immediata). Riconfermando l’apprezzamento per l’impegno dei “Mulini a vento” e quindi sottoscrivendo la richiesta di bloccare, o contrastare la legge in discussione, riteniamo che molte questioni debbano ancora essere chiarite, soprattutto per ciò che riguarda i rapporti di forza nella filiera editore-distributore-libraio, che rendono a tutt’oggi impossibile per molti editori esistere se non su internet.

    cordiali saluti
    :duepunti edizioni

  13. Cari:

    capisco molto bene la vostra lotta e l’appoggio. E’ anche vero, però, che il prezzo dei libri – di tutti, piccole e grandi case editrici – è visibilmente molto alto. Credo che forse una parte della lotta bisognerebbe dedicarla anche all’abbassamento del prezzo complessivo (IVA?).
    Una domanda: come si stanno muovendo le piccole e medie case editrici riguardo alle edizioni digitali? perché non costituire un’ “avanguardia” rispetto a quell’Edigita che ancora non si capisce cosa sarà? L’edizione digitale è chiaramente un modo per aggirare la Grande distribuzione e abbassare i costi…Bookrepubblic è un primo passo… Credo che Internet sia un buon modo per deconstruire i monopoli, e il futuro del libro digitale è visibilmente vicino.

    Saluti

    Eugenio S.

  14. perché un libro deve costare meno di una birra?

  15. da lettore, cresciuto anche a suon di libri scovati e stampati da case editrici indipendenti e poi diffusi da piccole, coraggiose librerie, aderisco al vostro appello!

  16. Be’… mi spiace ma anche lei sa che non è così… non è questione di birre o pizze – o sì, è questione anche e soprattutto di birre e pizze, e cioò del fatto che il carovita rende a volte un lusso il libro, e non dovrebbe essere così.
    So che la questione è complessa e per un piccolo editore e un piccolo libraio non risolvibile – il problema è la distribuzione. Ma io parlo di tasse…
    Cosa è successo al mercato della musica?… chi compra un CD a 40 euro?
    Uno studente universitario, ad esempio, come fa a comprare saggi a 30 euro e allo stesso tempo romanzi appena usciti a 20? Penso sia un problema serio… proprio perché 5 euro per una birra è molto!!

  17. sì, anche io sono d’accordo a firmare l’appello e cercare di limitare, ancora una volta, la legge disiniqua. non avrei mai pensato che la parola legge, riferita a un libro, potesse portare la prima sillaba chiusa a regola (légge), e non aperta a verbo (lègge).

  18. Da lettore onnivoro e curioso aderisco al vostro appello. Mi piacerebbe trovare una libreria indipendente in ogni borgo.

  19. Aderisco all’appello.

  20. Buonasera, come già scritto all’ALI tempo fa ritengo che questa legge sia una vera disgrazia per i librai indipendenti; noi poi che abbiamo una libreria universitaria lo sconto del 15% vuol dire lavorare per niente, lavorare gratis e basta. Gli Editori di universitaria infatti, come per la scolastica, infatti stanno ogni anno riducendo i margini per noi librai con gabelle più o meno nascoste in fattura sicchè lo sconto reale è orami alla soglia del 20%. Con i costi esagerati di conduzione come si può pensare di REGALARE ad un privato uno sconto del 15%. La Germania e la Francia non ci hanno insegnato nulla ? O mi viene da pensare che i nostri politici non leggano mai un libro…..
    Auguri e speriamo di ottenere qualcosa
    Giuliana Barp

    Libreria Cortina Torino srl

  21. Aderisco all’appello.

  22. Aderiamo pienamente all’appello.

  23. Mi è sembrato di capire, che i piccoli editori o quelli in difficoltà economiche facciano la parte dei “piagnoni”, fin quando pubblicano libri dalle tirature risibili. Ma quando fanno il colpaccio come è successo con” il filone degli autori svedesi o l’autrice delle saghe sui vampiri”, cambiano subito atteggiamento, diventando squali.
    E’ da tempo che mi domando:
    Chi decide le linee editoriali in italia?
    Perchè il mercato è così omologato?
    A cosa servono duemila case editrici se hanno tutte la stessa linea editoriale?
    Quali contratti capestro si firmano in italia tra le case editrici e gli autori di best seller?
    Un autore di punta( italiano ma meglio se straniero) può imporre e ricattare la sua casa editrice a non pubbicare libri che possano fargli concorrenza?
    Perchè in italia un autore o meglio un esordiente non può scrivere libri le cui storie si svolgono all’estero?
    Perchè gli editori preferiscono tradurre libri che sono usciti già in altri paesi, puttosto che promuovere e allargare il panorama
    degli autori italiani?
    Perchè consumisticamente seguono le leggi del mercato solo quando ne posso trarre profitto seguendo gusti e mode degli italiani ( vedi qualche anno fa la sbandata che avevamo per la spagna, e allora giù con autori spagnoli!) e poi rifiutano quanto le leggi del consumismo dettano ovvero gli sconti?
    Potrei continuare, ma a cosa servirebbe? grazie lorella

  24. Aderiamo, sosteniamo e – per quel che possiamo – diamo voce all’appello.

  25. concordo con Lorella.
    a me questa protesta sa tanto di piccola corporazione a cui sono stati pestati i piedini. per una volta che questo governo, forse l’unica immagino, fa qualcosa per promuovere la cultura e abbassare i prezzi dei libri (lo so che c’è l’interesse di Mister B come editore, ma in questo mondo di diversificazione mi si citi altri che non hanno a vario titolo le zampine nel settore librario…) ecco che spuntano i soliti corporativismi.

    io mi sono innamorato dei libri da bambino e credo di essere uno dei non troppi Italiani che hanno in casa 5.000 volumi, questo anche perché da piccolo c’era una meravigliosa libreria che vendeva a metà prezzo di copertina per tutto l’anno. sconto del 50% 365 giorni all’anno.

    ora si vorrebbe pure limitare gli sconti? ah prima di parlarmi di cultura qualche editore dovrebbe spiegarmi perché ogni anno le case editrici, tute nessuna esclusa, cestinano centinaia di proposte di valore da esordienti sconosciuti, ma se si presenta l’ultimo Mr-Scorreggione-del-Grande-Fratello o la Miss-Tanga-Interclitorideo-del-Talk-Show-di-Moda, magari in esclusiva, si pubblica senza neppure leggere! Proprio cul… tura non c’è che dire. Andiamo non sfotteteci! Sul piano degli aiuti d’accordo con voi, ma il prezzo di questi aiuti non deve ricadere sull’acquirente che comunque in Italia è bestia rara e bistrattatissima, ma sulla collettività semmai.

    Se poi come succede a me in una libreria di Lucca il commesso ti piantona per vedere se non ti ciuli un libro… ecco dove vanno a parare certe filippiche di librai, editori e bottegai.

  26. scusate la giunta..

    e non è questione di grandi titoli, o blockbusting, mia moglie ha portato molto dell’Hyperborea in casa. Non sarebbe meglio battersi per abolire i finanziamenti alla stampa di partito quella sì inutile e dirottarli verso il sostegno a editori e librai? Invece qui pare si preferisca farsi guerra tra editori e venditori, danneggiando come sempre l’acquirente.

  27. Firmo con grande piacere da lettore e anche a nome della Fiera dell’editoria di progetto Bobi Bazlen che su questi temi da alcuni anni sta cercando di lavorare con passione.

  28. Il problema, a mio modo di vedere, non è lo sconto ma la diversa opportunità che viene data a differenti editori e librai. Come lettore è ovvio che preferisco spendere meno possibile però devo ammettere che chi vende di più può permettersi sconti più consistenti e quindi affermare la sua posizione di forza. Tutelare la diversità e la varietà culturale è operazione pubblica tanto quanto favorire l’accesso alla cultura. Facendo un paragone col teatro sarebbe come privilegiare musical post televisivi e spettacoli farsa con starlette di turno a fronte di tanta ricerca che di sicuro non ha il seguito delle masse televisive. Proprio Mr. Scorreggione e Miss Tanga a lungo andare sono favoriti dalla creazione di posizioni di dominio commerciale. Certo per fortuna i grandi editori non pubblicano solo cavolate ma proteggere le piccole realtà non è un problema di corporativismi ma di tutela della ricchezza. Magari non sempre il “piccolo” è eccellente ma spesso è l’unico laboratorio possibile da cui pure emergono le eccellenze. Per tornare ancora al teatro non esisterebbe un artista come Toni Servillo se non avesse avuto alle spalle una ricerca silenziosa fatta di piccoli numeri. Un saluto, Luigi

  29. Gentile Luigi,

    può darsi che sia così. e che Lei abbia visto meglio di me i dettagli della cosa. io credo e spero invece che il web e le sempre più forti possibilità di promozione e distribuzione e stampa on demand ci liberino da troppi intermediari travestiti da editori o meglio spacciatori di libri, riconosco il merito delle piccole case editrici ma non penso siano immuni da colpe, anzi credo che si tratti spesso di mera invidia commerciale del più grosso.

    nel mercato è comunque evidente che la grande catena fa la parte del leone, riduce la scelta e spesso la appiattisce. ma allora non sarebbe meglio batterla in agilità saltando molti aspetti della distribuzione e creando reti di autori e lettori capaci di scambiarsi in modo anche meno economico del previsto, non discuto, le opere?

    io sono stato un fotografo. una mia amica anche lei fotografa ha aperto un negozio di sviluppo in franchising, non ce l’ha fatta. ha chiuso bottega. ci ha provato, tanto di cappello, io a differenza di lei avevo capito che il digitale avrebbe bruciato il mercato della stampa e mi sono diretto altrove. occorre anche capire se si vuole fare gli imprenditori, seppur di cultura e libri, dove tira il vento.

    concordo con lei sul fatto che la promozione della cultura spetti allo Stato e allora battiamoci per uno stato che lasci il mercato a fare il mercato e impieghi meglio il suo danaro. non nel finanziare l’editoria di partiti e partitucoli per esempio.

    • gentile signor Furio,

      temo di dover dissentire con buona parte della sua lettura della questione in oggetto: il problema non è quello dello sconto praticato all’utente finale (ogni editore decide da sé e su proprie valutazioni di mercato e soprattutto in base al rapporto che sceglie di avere con i propri lettori). Sarebbe troppo semplicistico confondere il prezzo di mercato con lo sconto e le campagne promozionali. Mi creda anch’io compro dopo un’attenta ricognizione delle mie tasche, e sconti e bancarelle non mi sono ideologicamente avversi.

      La questione della legge in esame è altra. La sopravvivenza degli editori e dei librai. Ed è proprio questo il tema: comprendere come stanno le cose e proporre un sistema che regoli il mercato a partire da una base comune. Il mercato editoriale e libraio presenta già significative differenze di peso (e di volume) tra le sue parti, questo dato ha già una inevitabile rilevanza ed è un dato oggettivo: il piatto della bilancia pende comunque da parte di soggetti che hanno il predominio dell’offerta. Le nuove condizioni potrebbero decretare non più il semplice disequilbrio ma l’estromissione di soggetti (aziende, famiglie, lavoratori), che non appartengono a nessuna “cricca”, che spesso non sono neanche in grado di parlarsi tra loro a causa delle grandi differenze di opinoni e scelte.

      La tesi del corporativismo interessato dei piccoli è un argomento che a mio avviso non aiuta a mettere a fuoco la problematica e porta il piano di questa discussione su posizioni dietrologiche e di sospetto che hanno già prodotto il loro danno rendendo la categoria degli editori (intendo tutti i soggetti regolarmente iscritti nei vari albi), spesso ambigua, quasi mai trasparente, ncline alla rissosità, perdente, velleitaria, lamentosa e poco motivata.

      Altro discorso vale per i librai indipendenti (anche questa, qualifica che non identifica una “specie zoologica”) che devono essere liberi di scegliere (puntare sui piccoli editori di ricerca… non è un obbligo, solo una libera scelta e neanche condivisa). Questa libertà non è garantita dalle condizioni in cui rischia di piombarci questa legge: il loro rapporto commerciale con i distributori, grossisti ecc. è rigidamente stabilito da questioni dimensionali. Non si può assolutamente accettare l’idea che il mercato vince perché è in sé crudele e giusto… anche quando è spropozionato l’aiuto che l’arbitro concede ai soggetti già più avvantaggiati (dalle loro risorse). Non voglio aggiungere nessuna considerazione sulla qualità del lavoro dei Grossi e dei Piccoli, non ne farei mai una questione di “elemosine”. Si tratta di mercato, di affari.
      A mio avviso si può gestire la questione anche senza barare.
      È il legislatore che dovrebbe garantire questa equità di base.

      cordiali saluti
      rospe in frantumi

  30. Gentile Furio,
    il problema non penso sia tanto il prezzo del libro, quanto le strategie marketing che stanno dietro alle politiche d sconto, e che questa legge continuerà a rendere possibili. Mi spiego. Alcuni grandi editori (ricordo il caso dell’ultimo libro di Fabio Volo, Mondadori) fanno uscire un libro con un prezzo di copertina di 18 Euro e, fin dal primo giorno di vendita, lo propongono con uno sconto del 30%. Ammetterà che la cosa è abbastanza assurda: perché non farlo uscire direttamente a 12/13 Euro? Come vede, l’abuso della politica degli sconti può portare, paradossalmente, a dei prezzi di copertina molto più alti di quanto potrebbero essere altrimenti.
    Ora, in questo scenario, ci sono alcuni attori (gli editori e i librai indipendenti) che non hanno la capacità finanziaria per reggere campagne di questo tipo, oltretutto per lunghi periodi (come la legge in discussione consente di fare). In fondo, quello che si chiede al legislatore è solo di mettere grandi e piccoli su un piano di pari opportunità. Starà poi a ciascun editore, alla sua capacità di gestione, alla bontà del progetto editoriale e, certo, anche alle sue strategie marketing (prezzo, posizionamento, canali distributivi, etc.), essere in grado di proporre prodotti a un prezzo più o meno alto.
    La legge Levi, invece, darà vita a una corsa truccata, nella quale alcuni potranno partire sempre con un po’ di vantaggio. E, alla lunga, temo che l’effetto non sarà una riduzione dei prezzi di copertina, quanto la riduzione della scelta da parte dei lettori.

    Con cordialità,
    Luigi Bechini
    Geca Spa

  31. ho letto con attenzione i vostri rilievi. Ma vi pongo una domanda molto semplice: nessuna casa editrice è nata enorme. Se qualcuno è stato così abile da crescere perché non dovrebbe essere libero di applicare la politica che vuole. Altrimenti che merito e incentivo ci sarebbe a conquistare fette di mercato? Se fosse ammesso eguale aiuto a tutti nessuno avrebbe interesse a progredire. Chi glie lo farebbe fare? In natura le specie più abili prosperano, nel mercato vale la stessa legge. I piccoli o si ricavano delle nicchie, o soccombono. Amen.

    Non vogliamo il libero mercato? Ok si può fare, però allora considerate che…. i materiali, la carta e i macchinari con cui sono stampati i libri da tipografi e editori anche piccoli, per es., sono anch’essi fatti per buona parte in Cina. In base a tale logica un qualunque fabbricante di presse italiano potrebbe per legge imporvi di pagargli a prezzo maggiorato attrezzature e il resto perché lui poverino non può applicare la politica dei costi dei grandi gruppi cinesi. Occorre essere coerenti su tutto e accettare di pagare a prezzi elevati anche beni e servizi che ci stanno alle spalle perché quelli prodotti dal “libero mercato” non sono equi. E allora vorrei vedere quanto vi costerebbe un libro…. a meno che non facciate parte dell’èlite delle tipografie d’arte che stampano a mano su carta 100% italiana e di bambagia, ma è decisamente un altro mondo e un mercato non di nicchia, di pertugio.

    Cosa impedisce chiedo ai piccoli editori di consorziarsi e unire le forze se proprio non ce la fanno a condurre la loro legittima battaglia da soli? E non si tratta di corporativismo ma di fondersi per costituire realtà altrettanto grandi e strappare alla distribuzione o canali alternativi o migliori condizioni, o meglio ancora fare i distributori da sé stessi.

    Un buon compromesso sarebbe assorbire le risorse pubbliche altrove sprecate o chiedere magari tagli fiscali riservati alle piccole case editrici, invece di andare a condizionare il mercato e i prezzi con interventi artificiali sugli sconti.

  32. volevo dire politica dei prezzi… ma ci siamo capiti.

  33. Sottoscrivo l’appello

  34. Caro Furio,
    dissento da te su due punti e concordo invece su uno.

    Iniziando dal dissenso:

    1) Io lavoro in una litografia industriale, stampiamo molti libri di narrativa e saggistica. Ti assicuro che materiali e macchinari non arrivano dalla Cina. I libri prodotti in Cina (o dintorni) sono invece proprio i volumi d’arte, fotografici, con le copertine cartonate. Le basse tirature dei libri di narrativa e i tempi stretti di produzione non consentono certo di affidarsi a fornitori così lontani, con costi di trasporto e di gestione molto elevati;

    2) non penso che l’obiettivo principale di un editore debba essere quello di diventare “enorme”, quanto piuttosto quello di proporre un’idea editoriale capace di accrescere il patrimonio di conoscenze, diffondere il sapere scientifico, rendere dinamico e stimolante il panorama culturale di un paese. Detto in altri termini: ci sono editori piccoli che danno un grande contributo alla cultura di un paese e che vogliono restare piccoli perché quella è la dimensione che loro ritengono più adatta al loro ruolo. Lo stesso dicasi per le librerie. Perché devono venire penalizzati da un legge che, di fatto, agevola smaccatamente i grandi?

    Infine, il punto di accordo. Se si guardano i costi legati alla realizzazione di un libro, appare lampante uno squilibrio fortissimo. Le spese di “creazione ” e produzione (autori, editing, carta, stampa, legatoria, etc.) sono generalmente una piccola percentuale del prezzo di copertina, dove la parte del leone la fanno i costi di distribuzione. Forse sarebbe utile aprire una discussione su questo squilibrio, che genera profitti solo per i distributori, condannando gli altri attori della filiera a margini quasi inesistenti. La legge in discussione, lungi dall’intervenire su questo aspetto, se possibile aggrava ulteriormente la situazione.

    Un saluto,
    Luigi Bechini
    Geca Spa

  35. Sono con voi. E sottoscrivo l’APPELLO

  36. Da devoto di Giorgio Manganelli (cfr. «Lunario dell’orfano sannita»), credo di non aver mai firmato un appello in vita mia. Ma il fatto che ci si invita a scrivere una motivazione, come sto facendo in questo momento, allontana l’effetto di scarico di coscienza al costo di un clic – che rende la compassione telematica una delle forme di falsa coscienza oggi più a buon mercato. Perché dunque schierarsi in questa battaglia? Perché non è una battaglia corporativista – come qualcuno, persino qui, pare credere – bensì l’esatto contrario. È una battaglia culturale, dunque politica.
    L’offerta di scontri incontrollati in libreria è un esempio della demagogia post-politica oggi imperante, ingannevole come quella del «processo breve» spacciato quale rimedio contro le lentezze della giustizia – mentre, con tutta evidenza, non è altro che una scorciatoia all’impunità per i soliti potenti (cioè il solito potente). Allo stesso modo, il rimedio peggiore del male, che oggi con questa legge si minaccia, viene presentato come intervento in favore dei lettori, i quali giustamente e non da oggi protestano contro i prezzi di copertina eccessivi. Ma avrà come unica conseguenza una caduta a picco della bibliodiversità -che appiattirà e deforesterà brutalmente le librerie indipendente e l’editoria di ricerca: dunque una diminuzione di libertà di quegli stessi lettori ai quali, demagogicamente appunto, dichiara di voler andare incontro.
    Giusto invece, come sostenuto qui sopra, aprire una discussione sulla strettoia della distribuzione, vero nodo di strangolamento della filiera: i privilegi della grande distribuzione saranno i primi a entrare in crisi con le trasformazioni tecnologiche imminenti, e dovremo essere pronti a cogliere questa occasione per instaurare – al posto di quello, iniquo, che già sta schiacciando i piccoli editori, le riviste di cultura e insomma ogni minimo tentativo di presa di respiro – un nuovo regime, più equo e virtuoso.

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