Cuzzolin: voglio un federalismo editoriale

di Roberto Amato [da Il Denaro – 31 luglio 2010]

“Ci saremmo aspettati dal governo la difesa del pluralismo dell’editoria – afferma Maurizio Cuzzolin, presidente dell’associazione Edica (Editori Campani Associati) – invece sembra che si lavori a favore dei grandi gruppi editoriali”. E’ dello scorso 14 luglio l’approvazione della Commissione Cultura del nostro parlamento della legge Levi, ovvero la nuova normativa che regolamenta il mercato editoriale italiano, in particolar modo per quanto riguarda gli sconti applicabili all’acquisto finale di un libro ed alle campagne promozionali di vendita. La legge è stata redatta con l’accordo dell’Aie (Associazione Italiana Editori) e dell’Ali (Associazione Librai Italiani). Bene? No, male!

Presidente, la legge Levi prevede un tetto agli sconti applicabili alla vendita del 15 per cento del prezzo totale, e regolamenta la calendarizzazione delle campagne promozionali promosse dagli editori. Cos’è che va contro i piccoli editori?
Il problema è che se da un lato la legge regolamenta l’offerta massima dello sconto al consumatore entro il 15 per cento, dall’altro la disattende totalmente, poiché autorizza gli editori, eccezion fatta per il mese di dicembre, a concedere sovrasconti ampiamente superiori al tetto del 15 per cento che i librai devono girare al consumatore.

Ciò che conseguenze comporta?
Si tenga conto che in Italia esistono sei holding che detengono il 75 per cento del fatturato dell’editoria nazionale. I sei gruppi hanno proprie catene di librerie, centinaia di punti vendita su tutto il territorio nazionale: praticamente viene concessa a coloro che già monopolizzano il mercato, l’assoluta libertà in fatto di offerte speciali, proprio nel settore che la legge avrebbe dovuto molto meglio regolamentare.

La legge Levi si occupa anche delle vendite online. Per queste fissa il tetto degli sconti al 20 per cento senza prevedere deroghe per alcuno.
Questa è una buona disposizione, poiché pone sullo stesso piano grandi e piccoli editori. Il web, poi, è un settore su cui gli editori indipendenti hanno cercato di investire maggiormente. Una promozione più mirata, efficace ed economica che molto spesso si traduce in vendite. Ma anche qui c’è un problema.

Quale?
Il 31 marzo scorso gli editori, imprenditori che non godono di alcun sovvenzionamento statale, sono stati privati dell’unico privilegio di cui godevano: le tariffe postali agevolate. Queste sono triplicate e per gli editori indipendenti, che spesso non godono di una rete di distribuzione capillare, l’aumento dei costi ha fatto calare l’appeal del lettore, visto che tali aumenti vengono caricati al consumatore finale, compromettendo molto spesso l’acquisto del singolo libro attraverso questa formula.

Alla luce di tutto ciò, che futuro si prospetta per l’editoria italiana?
Il 2010 è un anno funestato da questi due gravi provvedimenti che hanno penalizzato quasi esclusivamente le piccole e medie case editrici. A questo si aggiunga la recente pubblicazione da parte dell’ufficio studi dell’AIE del rapporto sullo stato dell’editoria in Italia del 2009. Tale studio ci dice che le tirature dei volumi negli ultimi sette anni sono calate del 20 per cento, cala il numero di titoli editi, calano i fatturati ed i lettori ed ora arriva una legge che non fa nulla per avvantaggiare i piccoli editori, tutelando anzi le posizioni di forza dei grandi gruppi.
Eppure alla sua realizzazione hanno contribuito le associazioni di categoria.
Lo stesso presidente dell’AIE ha ammesso che sull’approvazione della legge, hanno pesato le forti pressioni dei grandi gruppi editoriali.

Cosa si aspettava dal governo?
Le piccole case editrici non possono competere in termini di risorse, strutture ed organizzazione con i grandi gruppi editoriali. Questo pregiudica spesso tanto la presenza dei nostri volumi nelle librerie, con gravi ripercussioni sulle vendite, quanto la possibilità di fare scouting, ovvero di riconoscimento di scrittori di talento da promuovere. Quello che chiediamo è per lo meno di poterci confrontare sul mercato ad armi pari. Avremmo voluto una legge che si muoveva in tal senso. E sa qual è la cosa più paradossale?

No, dica.
Che una legge che non è in grado di difendere il pluralismo in un settore tanto delicato, sia stata varata proprio dalla commissione cultura parlamentare, che istituzionalmente dovrebbe tutelarlo. Di fatto non è così. Senza pluralismo il libro perde di significato. Il nostro è un paese ricco di paradossi, dove la tanto decantata democrazia, viene mortificata dall’istituto della politica, tanto da consentire che il Presidente del Consiglio, sia proprietario del più grande gruppo editoriale italiano.

Invece a quali esempi in fatto di legislazione guardano i piccoli editori?
A quelli europei, cui ci piacerebbe che anche il governo italiano si fosse uniformato. Penso alla Germania e all’Olanda, dove gli sconti sui libri sono banditi, o alla Spagna ed alla Francia, dove il tetto è al 5 per cento. In particolar modo apprezzo il modello transaplino, dove lo stato tutela l’autonomia dei piccoli come dei grandi gruppi.

Cosa propone Edica su questo argomento?
Il federalismo editoriale, in linea con gli orientamenti politici del nostro paese. Edica proporrà accordi alle librerie indipendenti, in particolare campane – sicuri di trovare in loro una buona sponda, visto che soffrono dei nostri stessi problemi – per varare strategie di marketing comuni, che promuovano meglio e con maggior efficacia i volumi pubblicati dagli editori campani.

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